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lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

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lincoln_LOCSe Lincoln vincerà più Oscar, è perché l’oscar va alla storia e non soltanto la storia con la esse maiuscola, quella del Diciannovesimo secolo e del presidente che abolì la schiavitù, ma anche e soprattutto alla storia del cinema, che in questo Spielberg è più classico che mai, serio, ponderoso, strumento della memoria e dell’identità, un cinema che richiama i grandi registi del Novecento, americani e non, per un’opera che il regista ha voluto magnifica e icastica, a partire dalla scelta dell’attore-interprete perfetto, un Daniel Day Lewis truccato e atteggiato come il Presidente, e spesso inquadrato in un chiaroscuro da ritratto statuario.

Un film, insomma, che si pone come pietra miliare, come indiscutibile opera d’arte e che mette in bocca ai personaggi soltanto i discorsi della storia, quelli pregnanti, che ricordino al popolo americano – e anche a noi – quali sono le basi della sua democrazia e quale fu l’atto più importante per la propria unione. Un film su cui non si discute.

ahabPersonalmente, l’oscar lo darei al direttore della fotografia per le riprese magnifiche in interni a lume di lampada, per le finestre in controluce contro cui si staglia la magra e altissima figura di  Lincoln, come se fosse già pronto a spiccare il salto verso l’eternità. E poi ne darei uno italiano al nostro bravo attore PierFrancesco Favino che ha doppiato magistralmente  la complessa interpretazione vocale di Day Lewis.

Non so perché, ma per gran parte del film il trucco lincolnesco di Day Lewis mi ha ricordato la maschera di un altro famosissimo attore, Gregory Peck, nei panni del capitano Ahab negli anni ’50. Ho come il dubbio che in questa mitopoiesi cinematografica ci sia una strizzatina d’occhio anche a lui.

 

effieVolete una bella storia romantica? Ottocentesca, vittoriana, di quelle che diventano sontuosi film? Allora vi consiglio “Effie” di Suzanne Fagence Cooper (Duckworth Overlook, 2010, in italiano pubblicato da Neri Pozza con la splendida copertina che vedete), studiosa e curatrice d’arte, che ha ricostruito in questo romanzo la vita prima infelice e poi felicissima di Effie Gray, assolutamente non parente di Christian Gray, per quanto, anche qui, possiamo rintracciare alcune sfumature di grigio piombo soprattutto nel primo marito dell’affascinante signora scozzese, e cioè John Ruskin, famoso critico e studioso d’arte ottocentesco, che scoprì e lanciò il gruppo artistico dei Pre-Raffaelliti. Scoperta che minò il suo matrimonio, perché il secondo marito di Effie fu appunto il giovane, bello, talentuoso Everett Millais, esponente di spicco di quella corrente, più giovane della signora e soprattutto in grado di renderla felice e madre di famiglia.

Perché appunto il geniale e incensato Ruskin non ebbe mai alcuna relazione con la moglie, sposata giovanissima, ma subito presa a noia. Eppure la povera Effie ce la mise tutta per farlo contento, viaggiava con lui, intesseva rapporti in società dove poi lui era accolto, era come si voleva all’epoca assai devota, ma fu anche assai accorta ad ottenere il divorzio in epoca che non perdonava le donne che chiedevano la separazione, neanche per la giusta causa di un matrimonio in bianco. D’altronde Ruskin era attratto dalle fanciulle, era succube di genitori soffocanti, e poco propenso a farsi una famiglia, che lo avrebbe intralciato nella sua opera di ricercatore e studioso.

Invece, il pittore non si fece tutti questi scrupoli. Dipinse e amò, ma forse aveva in più un grano di genialità e parecchie colorate sfumature di passione.