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Archivi tag: Seconda guerra mondiale

francofoniaIn una sala strapiena di gente accorsa anche per solidarietà con la Francia, ho visto in anteprima Francofonia di Sokurov. Il film si basa su un’idea bellissima, sul Museo del Louvre, luogo dell’identità non solo francese, ma occidentale, occupato durante l’invasione nazista. Potrebbe essere di massima attualità per la metafora della salvezza di patrimoni culturali e identitari, e sa donarci anche momenti notevoli, ma è una straordinaria occasione sprecata.

Perché risulta noioso, e la mente, invece che essere sfidata in riflessioni sull’arte e la cultura, la memoria, l’unicità della rappresentazione umana così come si è costruita in millenni nella cultura occidentale, tende a distrarsi, a sfuggire.

Sarà la voce fuori campo che filosofeggia in modo un po’ lugubre, sarà questo assemblare il falso documentario d’epoca con veri spezzoni dell’occupazione nazista di Parigi e con un girato nel Museo dove il fantasma di Napoleone si aggira nelle sale a ricordarci che il patrimonio artistico si fonda anche su furti di opere durante la guerra. Insomma, alla fine il film sembra che non finisca mai e quando si accendono le luci in sala ci si stupisce che sia passata soltanto un’ora e mezza.

Che peccato! Perché domandarsi a cosa servono i musei, e ricordare che uno stato “ha bisogno di musei” per l’identità, il valore della storia e della memoria, dell’arte, della bellezza e del sublime, che la cultura occidentale si fonda sul ritratto, sul guardare l’altro e riconoscersi anche attraverso secoli, sarebbero pietre miliari. Come bella è l’idea del cargo in un mare tempestoso, che perde i container con i tesori d’arte. Però non basta mettere insieme idee e concetti per realizzare un bel film, bisogna saper tenere la barra o si rischia di perdere i pezzi e affondare.

 

vanstratenNon è facile incontrare, in un romanzo italiano, un bibliotecario come protagonista e io narrante. Capita spesso nella letteratura americana, per ragazzi e adulti, forse per la consuetudine del pubblico (e degli scrittori) con le biblioteche e con queste figure professionali. Così, è interessante che Giorgio van Straten scelga proprio un bibliotecario, il dottor Capecchi, per ricostruire una storia che risale all’ultima guerra e che serba un mistero e naturalmente un grande amore interrotto di conseguenza al mistero e alla guerra nel suo “Storia d’amore in tempo di guerra” (Mondadori).

Titolo da romanzo novecentesco, da Pratolini o Morante, il romanzo sfiora il Novecento postbellico italiano, lo accenna attraverso la figura di un anziano uomo politico che fu uomo di massimo potere e figura chiave dei governi della seconda metà del secolo. Viene subito da pensare ad Andreotti (anche perché è diventata figura emblematica anche per giovani registi come Pif), ma quella mistificazione “cristiana” che giustificava una gestione politica carica di misteri e ombre, compromessi e patti oscuri, era condivisa da una generazione, più che caratteristica di un solo uomo.

A quell’uomo ormai vecchio e disabile, ancora reticente, si alterna la voce fresca, vitale, e dalla memoria brillante, di una donna ebrea che visse negli ultimi anni di guerra e durante i rastrellamenti nazisti di Roma, una giovanile e appassionante storia d’amore con un ragazzo che scomparve, e di cui non si è più saputo nulle per decenni, finché il bibliotecario Capecchi, uomo melanconico e un po’ frustrato, suo malgrado si trova a risolvere il mistero.

Un romanzo del genere si presta bene a suscitare interrogativi, ad approfondire pagine ancora oscure della nostra storia. Lo faremo venerdì alle 17 a Massa Marittima, nella biblioteca Badii, insieme a Giorgio van Straten.

 

 

imitation gameThe imitation game, il gioco dell’imitazione: bel titolo per il film di Morten Tyldum che ricorda la vicenda della decrittazione dei codici segreti durante la seconda guerra mondiale e la geniale figura (ignota ai più) di Alan Turing, il matematico che seppe costruire una macchina in grado di espugnare il formidabile apparecchio per i codici Enigma, in mano ai tedeschi.

Perché sì, è un film storico che rende grazie a questa pagina sconosciuta e anche poco onorevole dell’Inghilterra puritana e omofoba, stretta in regole ferree, dove al primo posto si collocava la disciplina militare, quando per vincere la guerra ci volle, unita alla forza, intelligenza, creatività e intuizione, una risorsa di un pensiero che “pensa” e si comporta in modo differente da quello comune. Perciò è un film sui comportamenti sociali, sull’imitazione del socialmente accettabile che è una strategia di sopravvivenza per chi non è omologabile, ed è un film sulla difficoltà di adattamento di un’intelligenza acuta e fredda, che non sa dialogare con l’emozione né con la socializzazione umana. Magnifico Benedict Cumberbatch che si cala nei panni del brillante matematico con i suoi occhi freddi e la sua espressione smarrita, che fatica a comprendere le relazioni umane.

La guerra sullo sfondo sembra quei resoconti di cronaca che ci arrivano ancora oggi in casa dalle tivù, piatta per quanto orrenda, e non sfiora il gruppo di scienziati che seguono dati statistici o strategici per limitare i danni, non insospettire il nemico, e in parte orientarlo verso obiettivi precisi. Anche questa è “imitazione” della guerra che i soldati combattono e che i civili soffrono, che distrugge mezzo mondo.

Alan Turing ebbe l’intuizione di una macchina in grado di elaborare dati da sola, in pratica immaginò il computer. Ma poiché non era bravo nell’imitation game sociale, fu condannato per omosessualità e morì a quarant’anni nel 1951, riabilitato solo due anni fa dalla regina. Se fosse vissuto, chissà se avremmo avuto portatili con il simbolo di una mela morsicata.

braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.

commedia-in-minoreCommedia in minore di Hans Keilson è, come dice il titolo, una commedia all’interno di una tragedia, quella dell’occupazione nazista dell’Olanda nella seconda guerra mondiale e del rastrellamento degli ebrei. Ma, a differenza delle commedie che finiscono bene, questa ha un finale curioso e benché racconti del buon cuore e della generosità di una coppia appena sposata e benestante, che ospita segretamente in casa un maturo signore ebreo, sa anche dispiegarne i lati ambigui, d’ombra, quando l’ospite all’improvviso muore di malattia e dunque svanisce l’idea, a fine guerra e fine pericolo, di mostrare al mondo di aver fatto la propria parte di resistenza all’invasore e di difesa dei deboli.

Non solo: quella morte metterà a rischio i due giovani, che si trovano a provare, sebbene per poche settimane, la vita del fuggiasco clandestino, finalmente sentendo, nel vivere sulla propria pelle la paura, più vicino l’uomo che è stato per molti mesi sotto il loro tetto e che pure non hanno mai conosciuto bene. Mi rendo conto che detto in questo modo, sembra che il romanzo (e il suo autore, lo psicanalista ebreo tedesco, scomparso a 101 anni lo scorso anno) faccia dell’ironia su chi aiuta il prossimo o chi, in momenti tanto difficili, si adoperi per chi è in pericolo di morte, mettendo a repentaglio la propria vita.

In realtà, la forza e la novità di questo libro stanno nel gioco del rovesciamento dei punti di vista, e nelle umanissime debolezze di deficit di comprensione, in una tragedia troppo grande e incomprensibile, ( e direi lontano dall’eroismo o dalla retorica della bontà assoluta) di quelli che affrontarono e osteggiarono il male anche con piccoli, significativi, incidenti comportamenti.

Il nuovo romanzo di Lia Levi, intenzionalmente intitolato La notte dell’oblio (edizioni e/o), è in realtà un inno alla memoria delle basi sulle quali si fonda il nostro paese: la capacità di risorgere su macerie di una guerra, di una dittatura, della violenza razzista, dell’orrore, grazie alla grande creatività, la forza, la speranza, la fiducia e l’energia rappresentate nel romanzo dalla meravigliosa figura di Elsa, rimasta vedova con due figlie dopo l’orribile scomparsa del marito vittima della delazione contro gli ebrei.

Elsa, donna ebrea borghese, trasforma il suo talento di sarta in un mestiere e un’arte. Come la sua omonima Elsa Schiaparelli, la celebre stilista dei primi del ‘900, disegna e cuce stupendi abiti da sposa, iniziando con una semplice sposa di guerra e adoperando un lenzuolo (un po’ come fece la Schiaparelli con un abito fatto a maglia di una rifugiata). Nella Roma del dopoguerra, Elsa diventa una stilista come le famose sorelle Fontana, che qui sono citate indirettamente per l’abito da sposa confezionato alla diva Linda Christian. Perché è la loro vita che Elsa sta ripercorrendo, quella delle tre ragazze di talento Zoe, Micol e Giovanna, che in piena guerra fondarono una maison dove in seguito furono creati gli abiti per dive e principesse. Naturalmente, il romanzo ha molte sfaccettature e temi che si intersecano, primo tra tutti la ricerca di verità e giustizia, compito di Dora, la figlia minore di Elsa, tenace nel cercare la verità del destino di suo padre.

Mi chiedo come si pensi al periodo della seconda guerra mondiale, e al dopoguerra, oggi. Sembra così lontano e appannato, davvero rischia di cadere nel più implacabile oblio. Il merito di romanzi come questi, che ha dalla sua la grande eleganza stilistica, la vivezza dei personaggi, e il respiro della narrazione che procede con un ritmo cadenzato e lineare, trascurando gli effetti che vanno tanto di moda oggi, è proprio di ripercorrere una traccia, e rimetterla a fuoco, offrendo anche molta speranza a chi è giovane oggi e deve sopravvivere a una guerra invisibile dettata dall’economia, senza macerie evidenti, ma con il suo apparato di corrotti, mafiosi, inumani manager, killer aziendali, gelidi esecutori, spioni e ricattatori, che nelle guerre appaiono vincitori, ma a guerra finita risultano i primi sconfitti.