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Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

Da ieri non leggo altro che indignazione sull’indifferenza delle persone che, passando vicino a un’auto in fiamme non si fermano e, ancor peggio, assistendo a una lite non intervengono, magari salvando la vita alla poveretta che è stata uccisa nell’ennesimo modo brutale.

Colpa della gente, naturalmente. Colpa della “società” diventata insensibile.

Ma quella gente è martellata ogni santo giorno da messaggi terroristici per cui ci sono intorno a noi mostri, assassini, criminali senza scrupoli, esseri pronti a tutti. Così se anche umanamente ti venisse voglia di intervenire, sei frenato dalla paura di fare una brutta fine, perché i due litiganti potrebbero essere come quei delinquenti dei film italiani, quelli che massacrano e danno fuoco al nemico, appunto.

Da ieri sento dire ai politici e a molte persone: bisogna chiamare il 113! Eh, certo, il 113!

Allora ecco qua una storia vera: un ragazzo sente urla provenire da un’auto, si affaccia al terrazzo, si accorge che nella macchina parcheggiata lì sotto qualcuno sta menando qualcun altro che dalle grida sembrerebbe un bambino. Così chiama il 113. Il quale risponde che arriverà il prima possibile una pattuglia. Passano i minuti, non arriva nessuno, il ragazzo richiama. Si sa, c’è traffico, c’è confusione… Alla fine il ragazzo non ne può più di aspettare e ascoltare le grida del bambino, così si fa coraggio e scende in strada, spalanca la portiera e trova un papà che picchia e insulta un bambino di una decina di anni. Il ragazzo rimprovera l’uomo, difende il bambino, e l’uomo non reagisce, anzi, si scusa moltissimo, così il ragazzo può ricordargli che esistono leggi che tutelano i minori. Dal momento che nessuna pattuglia si è ancora presentata, il ragazzo fa le veci del poliziotto.

Ma sapete perché l’uomo si è scusato? Perché era cinese.

La pattuglia non è mai arrivata, il ragazzo è rientrato a casa e ha chiamato il 113 per dire di lasciar perdere.

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

nobile causaUNA NOBILE CAUSA

Regia: Emilio Briguglio; sceneggiatura: Riccardo Fabrizi, Emilio Briguglio, FC; direttore della fotografia: Lorenzo Pezzano; scenografia: Paolo Bandiera; costumi: Daniela Leuci; montaggio: Luca Bozzato; musica: Fabrizio Castania e Tommy Fanton; produzione: Rebecca Basso e Tarcisio Basso; durata: 92’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Giorgio Careccia (Alvise), Rossella Infanti (Tania), Antonio Catania (Fabio), Roberto Citran (Giulio), Francesca Reggiani (Gloria), Giulia Greco (Stella), Guglielmo Pinelli (Bernardo), Simona Marchini (Iolanda), Massimo Bonetti (Franco), Nadia Rinaldi (Ottavia), Carla Stella (Maria Luisa), Eleonora Fuser (Gemma), Massimo Foschi (Fred).

Superata soltanto dagli Stati Uniti e dal Giappone, l’Italia conta almeno 800.000 persone che si affidano al gioco d’azzardo, facendone una vera e propria malattia, per risolvere le proprie difficoltà finanziarie. Un’emergenza sociale su cui perfino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi di recente. Straordinariamente felice nel momento in cui tenta la sorte al gioco, e sempre convinto di potersi rifare dei suoi rovesci, il giocatore non esita a trascinare la sua famiglia e i suoi amici in un vortice inarrestabile di debiti e di difficoltà di vario tipo. Intere famiglie vivono in un clima di angoscia e finiscono sul lastrico perché devono vendersi la casa. Questa la situazione particolarmente critica, per non dire tragica, che fa da sfondo alla vicenda narrata nel film Una nobile causa.

Questa recensione ha una particolarità che la rende diversa da quelle che l’hanno preceduta in questa rubrica, e chi avrà la pazienza di leggerla fino in fondo ne capirà il motivo. Di solito, nella valutazione di un film, si analizzano le intenzioni degli autori e i risultati complessivi del prodotto finale. Stavolta, però, parlerò soltanto delle intenzioni. Dei risultati, per motivi che poi scoprirete, non sarebbe corretto parlare: ma di che cosa tratta Una nobile causa?

Una signora della buona borghesia, Gloria Brandi, vince al gioco un milione di euro. I suoi familiari (il marito Giulio, i figli Bernardo e Stella) temono che, parossisticamente dipendente dal gioco, si possa sparare in pochi giorni la colossale vincita. Comprensibilmente preoccupati, la invitano quindi a rivolgersi a uno specialista, il dottor Aloisi, che possa azzeccare la terapia in grado di guarirla dal suo vizio. Il luminare in questione riceve nel suo studio la famiglia Brandi: è paraplegico, pacato nei toni, lievemente mefistofelico. Nel tentativo di farle misurare i rischi cui va incontro, racconta con aria pensosa alla smarrita Gloria la storia del marchesino Alvise, scoperchiando così la prima di una serie di scatole cinesi secondo uno schema che prevede una storia dentro una storia e così via…

Evocate dal mellifluo dottor Aloisi, si animano dunque sullo schermo (e agli occhi di Gloria) le peripezie del marchesino Alvise, giovane nobiluomo dominato dal vizio del gioco, che vive di piccole truffe e di miserabili espedienti per procurarsi il denaro da giocare. Avendo derubato un pescivendolo, è costretto da sua madre, la marchesa Iolanda, a saldare il debito in un modo che potrebbe essere inteso come una sorta di gogna: dovrà lavorare al mercato del pesce alle dipendenze di Tania, avvenente figliola del derubato, della quale s’innamorerà. Non basterà, però, l’amore per la bella pescivendola a fare di lui un uomo migliore…

A questo punto fermiamoci un attimo: che cosa è vero e che non lo è nelle due storie che si snodano sullo schermo e s’intersecano l’una dentro l’altra? Dietro le apparenze si annida un segreto che lo spettatore è invitato a svelare. In un film sul gioco prende così vita un altro gioco, quello di camuffare la verità come nel gioco delle tre carte: qualcuno mente, ordisce un intrigo, tira le fila della faccenda come un abile burattinaio che può incantare i suoi interlocutori e farli trottare a comando sul filo delle sue suggestioni. In una vicenda in cui tutti mentono (anche e soprattutto a se stessi), non sarà facile smascherare questo burattinaio. Qual è però il motivo che lo spinge a raggirare il prossimo?

Epigono in qualche misura (parliamo sempre delle intenzioni) del grande cinema classico del disturbo e della finzione, rappresentato con particolare efficacia dagli inarrivabili Billy Wilder e Joseph L. Mankiewicz che raccontavano con aria sorniona storie di vampirismi e d’inganni, Una nobile causa è una piccola, eroica produzione indipendente che abborda lo spinoso tema della ludopatia con il taglio della commedia elegante e crudele, ritagliandosi in ogni caso un suo spazio nello scenario di un cinema italiano che sta attraversando una fase di passaggio e, buttando a mare vecchi miti e obsoleti modi di raccontare, s’ingegna a proporre al pubblico nuove formule narrative.

Il regista Emilio Briguglio orchestra come per un ballo in maschera (e di maschere nel film se ne vedono calare molte) le prestazioni di un folto cast di attori (tutti collaudati professionisti). Con l’apporto decisivo dello sceneggiatore Riccardo Fabrizi (forte di gioventù e talento) costruisce una storia che è, sostanzialmente, un inno all’arte di raccontare storie (esaltata all’alba dei tempi nella celebre favola di Shéhérazade nelle Mille e una notte) perché è soltanto accendendo l’immaginazione degli altri con un racconto che potremo farli innamorare di noi o, a scelta, prenderli per il naso.

A giudicare le qualità del film chiamo gli spettatori, invitandoli a godersi lo spettacolo. Io non posso farlo perché ho a mia volta fatto un po’ il burattinaio con i miei lettori: la sigla FC che figura, più in alto nella scheda, fra gli sceneggiatori di Una nobile causa corrisponde infatti alle iniziali del mio nome: Francesco Costa. E ora non mi rimane che augurarvi buon divertimento!

Francesco Costa

 

masterprof_insegnanti_3-800x400Vedo che è la settimana degli insegnanti e che è partita una simpatica campagna per ringraziare i maestri e i prof della vita. Io però preferisco ringraziare i prof e i maestri di oggi che, grazie ai grandi cambiamenti sociali, sanno esprimere un mestiere molto bello e difficile con comprensione e creatività.

Perché io, ai miei maestri antichi dello scorso secolo, non devo la passione per la lettura e la scrittura, che avevo dentro e hanno rischiato di essere distrutte dalla rigidità, l’incomprensione, la freddezza, il disprezzo che quasi tutti i miei insegnanti dimostravano non soltanto a me, ma a tutti i miei sventurati compagni. Stenderei un velo pietoso su una maestra matta e molestatrice, che per fortuna ho sfuggito con un trasferimento, incappando nella maestra anziana che ci faceva stare con “le mani in seconda” e ci faceva cantare l’inno d’Italia. Alle medie sono sopravvissuta a professori dimenticati e del liceo invece mi sono rimasti incisi i graffi di tremendi insegnanti che amavano esibire la propria erudizione anziché sforzarsi nella trasmissione di saperi e ci davano rigorosamente del lei per mantenere le distanze. Le foto del liceo ritraggono i miei compagni con smorfie di terrore. Siamo brutti, grigi e tristi accanto a un mastino in completo tipo Chanel, cioè la prof di greco. Vogliamo poi parlare del prof d’italiano irriducibile dantista, che nell’Inferno di Dante aveva schiaffato tutto il resto della letteratura, compreso “l’insulso” Petrarca?

Vedete che è meglio festeggiare i prof di oggi, che stanno accanto ai ragazzi, li ascoltano e li sostengono, e a volte si preoccupano, come la dolce Chiara che va a prenderseli a casa se i genitori non li mandano a scuola, come Fabrizio che porta i suoi allievi ai festival persino in camper, come Matteo che guida un blog letterario, Giuditta che organizza festival, Maurizio che vuole bene a tutti i suoi ragazzi, ma proprio tutti, come quei bravissimi prof che incontro quasi ogni giorno, nelle scuole italiane, con le facce stanche ma gli occhi illuminati, prof che magari avessi avuto, quando ero piccola! Avrei sofferto meno e avrei amato la scuola grazie a loro, e non malgrado i pazzi che la facevano.

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

 

nemicheNEMICHE PER LA PELLE

Regia: Luca Lucini; sceneggiatura: Doriana Leondeff e Francesca Minieri; direttore della fotografia: Claudio Cofrancesco; scenografia: Luca Servino; costumi: Monica Celeste; montaggio: Massimo Fiocchi; musica: Fabrizio Campanelli; produzione: Donatella Botti; durata: 92’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Margherita Buy (Lucia), Claudia Gerini (Fabiola), Giampaolo Morelli (Giacomo), Paolo Calabresi (Stefano), Andrea Bosca (Ruggero), Gigio Morra (Attilio).

Stanchezza, luoghi comuni, totale assenza di senso: ecco il cinema italiano che non si vorrebbe più vedere. Lanciato come un film al “femminile” (essendo scritto da donne e imperniato su un conflitto fra donne) come se ciò fosse di per sé sinonimo di qualità, Nemiche per la pelle è, al contrario, un richiamo a un maggiore senso di responsabilità da parte degli autori cinematografici (maschi o femmine che siano) che, anche considerando la crisi economica che ci grava addosso da anni, dovrebbero spremersi le meningi per servire al pubblico qualcosa di sostanzioso che lo faccia davvero riflettere o divertire o commuovere, e non un canovaccio ammuffito che sembra esserci stato propinato già infinite volte.

Di che cosa tratta l’insulsa operino? Nato da un soggetto cui ha messo mano anche una delle due protagoniste del film, l’attrice Margherita Buy (alla quale vorremmo umilmente suggerire di astenersi da ulteriori escursioni nel campo della scrittura per non aderire alla pessima usanza tutta italiana secondo la quale tutti si sentono in grado di scrivere senza però mai arrisicarsi a leggere un libro), Nemiche per la pelle mette in scena due donne non più giovanissime. La prima è la slavata Lucia (Buy, ovviamente) che parla con gli animali, mangia solo gallette di riso ed è schiava del politically correct, e l’altra è l’agente immobiliare Fabiola (Claudia Gerini), vistosa, pacchiana, attaccata al soldo. Le due signore, dissimili fra loro con l’evidenza che solo l’aderenza a un cliché può consentire, sono unite da un’esperienza comune: sono state sposate con lo stesso uomo, Lucia per dodici anni e Fabiola per otto, e si ritrovano al di lui funerale per poi apprendere, esterrefatte, che il disgraziato ha lasciato loro in affidamento un bambino da lui concepito in gran segreto con una donna cinese, a sua volta deceduta da qualche tempo. Essendo potenzialmente entrambe pessime madri (per un motivo o per l’altro nessuna delle due ha voluto figli o ha dimestichezza con i bambini), Lucia e Fabiola sono quindi costrette a condividere la responsabilità di crescere il cinesino senza ovviamente essere mai d’accordo su niente: né su come alimentarlo né sui giorni in cui tenerlo e neanche su come organizzare il suo avvenire. Era davvero uno sciagurato il loro defunto marito a ritenere possibile, dopo averle giudicate insopportabili come mogli, che le due infelici potessero riscattarsi almeno come madri.

La sceneggiatura (opera di due professioniste che si sono segnalate in passato per lavori di più dignitoso livello) inanella faticosamente quelli che si vorrebbe definire colpi di scena (mamma, che paroloni!), lasciando disinvoltamente cadere promettenti piste narrative (si vorrebbe sapere di più, per esempio, sul padre di Fabiola) e fa sbucare dal nulla suore abiette, perfidi assistenti sociali e severi magistrati come conigli dal cilindro di un mago per far sì che, timorose di perdere il piccino cui si sono infine entrambe affezionate, le due scellerate uniscano finalmente le loro forze per battersi contro una legge iniqua che non tiene in alcun conto i loro sentimenti.

Di durata media, ma apparentemente interminabile come tutti i film che non decollano mai, Nemiche per la pelle finisce così col basarsi quasi interamente sull’apporto recitativo delle due interpreti principali che si limitano a rimodulare il “tipo” che le ha rese famose, la nevrotica in sospetto di frigidità e la vamp aggressiva (ma la Gerini ci dà dentro con maggior convinzione) e non si capisce perché, non foss’altro che per regalare a noi una piccola sorpresa e a stesse il gusto di sperimentare nuove strade, non abbiano provato almeno a scambiarsi i ruoli con la Buy nel ruolo della cafona esuberante e l’altra a fare la scialba veterinaria che parla con i cani e con i defunti. Ma no, neanche questo minimo scarto è previsto in un’operazione che si prefigge di bandire accuratamente tutto ciò che può risultare emozionante o imprevedibile.

Unico maschio nel poco ispirato gineceo (a parte gli sventurati attori chiamati a impersonare le figure maschili che sono soltanto macchiette), Luca Lucini torna al lavoro a cinque anni di distanza dall’ultima regia con un contributo perfettamente intonato al contesto, cioè incolore e privo di mordente, anche se dispiace dirlo, e la stessa piattezza caratterizza fotografia, scenografie e costumi. Il film potrebbe trovare anche un suo pubblico, non è da escludere, in una serata piovosa in cui la televisione non trasmetta niente di meglio, se non altro perché le due interpreti sono diventate nel corso degli anni le indiscusse beniamine di assai vaste platee, ma ci si chiede per quale motivo Nemiche per la pelle sprigioni contemporaneamente un senso di fiacchezza e un’impressione di sufficienza. E’ evidente che i realizzatori (e qui ci si riferisce soprattutto alla produzione) danno per scontato il loro diritto a sciupare senza rimorsi l’occasione di fare qualcosa di stuzzicante, se non memorabile, e non si rendono evidentemente conto di godere di un invidiabiie privilegio, quello di poter mettere in piedi in tempi presumibilmente brevi un film in un periodo in cui il talento trova (più del solito) immense difficoltà a imporsi al di fuori delle logiche di potere.

Francesco Costa

 

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Francesco Costa   /   AC-Costa al Cinema


Ettore scola

ETTORE SCOLA (1931-2016)

Se in futuro sul nostro pianeta dovessero atterrare flottiglie di astronavi aliene per scoprire che cosa fosse l’Italia negli anni Settanta e Ottanta, non dovrebbero consultare le filmografie di registi che hanno svelato le loro fisime pretendendo di attribuirle a un’intera generazione, ma quella dell’incommensurabile Ettore Scola che più di chiunque altro è stato il cantore smaliziato, ma partecipe, dei pregi e dei difetti della sua gente.

Capace di declinare in modo del tutto personale la tradizione della commedia all’italiana, il regista è stato l’esponente più rappresentativo di un cinema popolare nell’accezione più alta del termine, visibilmente influenzato dalla lettura di grandi classici della narrativa francese e russa, e alcuni suoi film sono tratti da famosi romanzi, fra cui Passione d’amore (1981), ispirato al conturbante Fosca di Igino Ugo Tarchetti.

Trasferitosi a Roma con la famiglia dalla natìa Trevico, a soli quindici anni disegnava vignette satiriche per il celebre periodico Marc’Aurelio al quale aveva già collaborato Federico Fellini, ma il suo interesse era già orientato verso la sceneggiatura cinematografica. Dopo aver scritto con parecchi registi (particolarmente proficuo il sodalizio con il sensibile Antonio Pietrangeli), era stato inevitabile l’esordio alla regia. Il successo internazionale gli è arriso con l’immortale C’eravamo tanto amati (1974), trent’anni di storia italiana attraverso le vicissitudini di tre amici, due dei quali innamorati della stessa donna. Nel 1977 per Una giornata particolare ha riunito la celebre coppia Sophia Loren-Marcello Mastroianni (apparsa in tanti film di Blasetti e De Sica) nei panni di una casalinga analfabeta e di un omosessuale, umiliati, sfioriti e lasciati soli in un condominio il 3 maggio 1938, durante la visita a Roma di Adolf Hitler.

Raccontare vicende individuali di persone in difficoltà all’ombra di grandi eventi storici era d’altronde la sua originale cifra di narratore: a tal riguardo si ricorda Il mondo nuovo (1982) che immagina gli effetti della vana fuga di Luigi XVI a Varennes (20 giugno 1791) su un gruppo di viaggiatori, fra cui spicca l’ormai decrepito Giacomo Casanova (un eccelso Mastroianni). La terrazza (1981), tristemente profetico, narra disillusioni e compromessi della borghesia di sinistra a Roma, e non si può sorvolare sul magnifico La famiglia (1987), che narra ottant’anni di vita di una famiglia del quartiere Prati. Quasi tutti capolavori o comunque opere che mai perderanno il loro smalto e la loro verità, e che a Scola hanno procurato ben quattro candidature al premio Oscar (peccato non averlo vinto almeno per Una giornata particolare) e un riconoscimento per la miglior regia al festival di Cannes per il controverso Brutti, sporchi e cattivi (1976).

Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi erano i suoi interpreti favoriti, presenze quasi fisse nei suoi film, ma non sarebbe giusto ignorare la finezza con cui delineava i personaggi femminili e i bei ruoli offerti ad attrici stupende: della Loren si è detto, ma una presenza costante del suo cinema è Stefania Sandrelli, e fra le italiane gli devono molto Giovanna Ralli, Isabella Ferrari e Laura Betti, mentre in altri suoi lavori recitano fascinose attrici straniere come Fanny Ardant, Hanna Schygulla, Marina Vlady. La presenza della donna era nel suo cinema un imprescindibile punto di forza. A Ettore Scola, scomparso a 84 anni in un ospedale romano, un doveroso grazie per quanto gli deve la cultura italiana: il cinema ha perso un grande regista.

Francesco Costa

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Francesco Costa / AC-Costa al Cinema

 

 


 

immQUO VADO? regia: Gennaro Nunziante; sceneggiatura: Checco Zalone e Gennaro Nunziante; direttore della fotografia: Vittorio Omodei Zorini; scenografia: Valerio Girasole e Alessandro Vannucci; costumi: Francesca Casciello; montaggio: Pietro Morana; produzione: Pietro Valsecchi; durata: 83’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Checco Zalone (Checco), Eleonora Giovanardi (Valeria), Sonia Bergamasco (dottoressa Sironi), Maurizio Micheli (Peppino), Ludovica Modugno (Caterina), Lino Banfi (senatore Binetto).

In Italia, nel dopoguerra, il cinema era di sinistra. Dopo la levigata fatuità dei Telefoni Bianchi e le fanfaronate patriottiche del Ventennio, dalle rovine d’Italia sono emersi formidabili artisti in grado di raccontare, sia in chiave di commedia che di dramma, storie forti che si sarebbero incise nella memoria collettiva. Le classi sociali si riflettevano l’una nell’altra, per quanto oggi sembri incredibile, e raffinati intellettuali (Luchino Visconti, Alberto Moravia, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini, Roberto Rossellini e altri) non si vergognavano a impiegare per i loro film stupende facce, scovate nei ceti popolari o nei concorsi di bellezza (Anna Magnani, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, Lucia Bosè, Renato Salvatori), e tanto fervore faceva fioccare sul cinema italiano consensi universali e premi Oscar a catinelle (4 a De Sica, 4 a Fellini, uno alla Magnani, due alla Loren e via di seguito): ci si proponeva al resto del mondo con la serenità di chi è fiero del proprio talento.

Tutto era apertura, spasso, elaborazione del dolore. Chi poteva prevedere che, con gli anni, la sinistra italiana sarebbe diventata una casta arcigna e snob che, allontanando gradatamente la gente dalle sale cinematografiche, avrebbe prodotto un cinema quasi pornografico, nel senso che riduce gli spettatori a guardoni delle vicissitudini personali, lutti inclusi, di registi acerbi e musoni? Dove sono finite la verve, la fantasia e il rigore di un cinema imitato in tutto il pianeta? Al suo posto crescono la cultura del disprezzo, un malriposto senso di superiorità, una strisciante misoginia, attrici monocordi e simili a una segretaria di Zurigo, fiumi di analisi e di elogi per film che, pur sostenuti da compiacenti conduttori televisivi, ammiccano a un ristretto giro di amici. E il pubblico? Quello vero, s’intende, che non puoi portare al cinema se non hai qualcosa da offrirgli? Sparito dalle sale o attirato dai filmoni hollywoodiani come le falene dai fari quando non preferisce al cinema una pizza e una birra in lieta compagnia. E considerato, per giunta, cretino e fascista perché in questo bizzarro paese accade che sia ritenuta di sinistra una borghesia avvinta ai propri privilegi e di destra chi non sa come arrivare alla fine del mese.

Alla luce di tali degenerazioni è ovvio che un film capace di attirare al botteghino milioni di persone sia tacciato di qualunquismo, parolina magica usata spesso a sproposito, e figuratevi il putiferio che si scatena all’irrompere sulla scena di un tal Checco Zalone il cui ultimo film, Quo Vado?, incassa in soli sette giorni una cifra che si avvicina rapidamente ai 50 milioni di euro. La crociata prende il via, molti critici starnazzano indignati, c’è chi istiga gli spettatori a uscire dal cinema mezz’ora prima della fine (ma non è più pratico restare a casa?) per farsi rimborsare i soldi del biglietto. In campo editoriale si ricorda qualcosa di simile quando il folgorante successo del romanzo Va’ dove ti porta il cuore espose la sua autrice, Susanna Tamaro, a un terremoto di critiche e insulti. La verità è che l’invidia è una pianta che cresce in troppi giardini.

Tornando a Quo Vado? c’è da dire che, con incassi di questa portata, il rischio è quello di parlare più dei suoi trionfi che del film in sé. La storia è in realtà un vero profluvio di invenzioni che mette sotto accusa i mali italici (corruzione, accidia, maschilismo, narcisismo), incarnati da un giovanotto di nome Checco che fin da bambino concupiva il posto fisso e che ora rischia di finire a spasso a causa della crisi economica e dell’accanimento di una viperina funzionaria che le studia tutte per spingerlo a licenziarsi: lui tiene duro e, pur di non restare disoccupato, si sposta di continuo da un continente all’altro, accettando le sedi più invivibili, e intanto cresce, matura, incontra l’amore fino a una conclusione non imprevedibile, ma di certo godibile che, con una sapiente escalation emotiva riesce a far piangere non solo il personaggio più coriaceo del film, ma anche lo spettatore più sensibile. Forse non è il caso di scomodare Totò o Alberto Sordi (peraltro vituperato ai suoi tempi dal nuovo che avanzava), ma Zalone è in grado di offrire una radiografia piuttosto originale dei tempi in cui viviamo e, contando su un’irresistibile carica di simpatia, potrebbe dettar legge sul nostro mercato ancora per molti anni, oltre a saper scrivere una sceneggiatura che non conosce momenti di stanchezza e offre all’attrice Sonia Bergamasco (dal raffinato curriculum che, fra cinema e teatro, allinea i nomi di Carmelo Bene e di Bernardo Bertolucci e il ruolo della terrorista nel celebrato La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana) un delizioso ruolo di cattiva che fa il verso alla leggendaria Crudelia Demon!

Francesco Costa