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Francesco Costa / AC-Costa al Cinema

 

 


 

pontespieIL PONTE DELLE SPIE

Titolo originale: Bridge of Spies; regia: Steven Spielberg; sceneggiatura: Matt Charman, Ethan e Joel Coen; direttore della fotografia: Janus Kaminski; scenografia: Adam Stockhausen; costumi: Kasia Walicka-Maimone; montaggio: Michael Kahn; produzione: Kristie Macosko Krieger, Marc Platt e Steven Spielberg; durata: 141’; nazionalità: Usa.

Interpreti: Tom Hanks (James Donovan), Mark Rylance (Rudolf Abel), Alan Alda (Thomas Watters jr.), Amy Ryan (Mary Donovan), Eve Hewson (Carol Donovan).

Alfred Hitchcock non ci credeva affatto, Steven Spielberg ci crede ciecamente. Ci si riferisce all’innocenza dell’everyman, all’integrità dell’uomo qualunque, all’onestà dell’americano medio. I personaggi del mago del brivido finivano in situazioni pericolose e più grandi di loro sempre a causa di un’ombra che li contornava, di un dubbio o di una debolezza da cui erano afflitti e che, in fondo, li umanizzava. Si pensi a due eroi hitchcockiani impersonati da James Stewart: quello di La donna che visse due volte soffre di vertigini ed è questo suo punto debole che costerà la vita a ben due donne, e quello di La finestra sul cortile non scoprirebbe un omicidio, trovandosi impegnato nel finale in un furioso corpo a corpo con l’assassino, se non coltivasse segretamente l’inclinazione al voyeurismo.

James Donovan, l’americano medio visto da Steven Spielberg in Il ponte delle spie e incarnato da Tom Hanks, che di James Stewart può essere a buon diritto ritenuto l’erede, è invece un solido blocco di virtù. Non ha debolezze né vizi: tutt’al più ha dei vezzi. Intrattiene innocue schermaglie con una moglie felicemente aliena dalla più remota idea di sensualità. Ha una famiglia talmente perfetta da sembrare inumana, tre figli che ignorano i più basilari conflitti individuati da Freud, una casa che pare uscita da un disegno di Norman Rockwell, un giardino con un prato di un verde che esiste soltanto nei cartoni animati. Tutto è artificiosamente perfetto. Questo mondo che rasenta la caricatura è il solo, secondo Spielberg, in cui si può essere felici. Il Male può germinare fuori di esso, non dentro. Ed ecco che si offre all’everyman Donovan l’occasione di lasciare, novello Ulisse, la sua Itaca per esplorare l’universo esterno alle piacevolezze del suo nido e svolgervi una missione delicata. Nonostante sia un semplice assicuratore, deve recarsi a Berlino per negoziare il rilascio di un giovane pilota americano abbattuto dai russi (il fatto è realmente accaduto, in piena Guerra Fredda, nel maggio del 1960), facendo cambiare tono al film che abbandona le leziosaggini iniziali per diventare una solida spy story. Dovendo scambiare il prigioniero americano con una spia russa già arrestata negli Stati Uniti, Donovan si addentra in una Berlino ancora lacerata dai tragici strascichi della Seconda Guerra Mondiale e vede i russi alzare il muro che per decenni dividerà in due la città. Assiste all’arresto di uno studente americano e si confronta con le bassezze e con la stupidità di tutte le parti in causa: dagli agenti della Cia che alloggiano all’hotel Hilton, facendo dormire lui in un tugurio, ai governanti di Berlino Est che sbavano per essere riconosciuti dai governi di tutto il mondo, dai russi che si fanno sempre più minacciosi a svariati faccendieri impegnati in sordidi traffici di natura imprecisata. Inutile dire che, onesto e cocciuto, Donovan terrà duro e riuscirà a compiere la sua missione, scambiando il pilota (ma anche lo studente incarcerato sotto i suoi occhi) con la spia russa che è un impassibile ometto di mezza età, sospeso fra amarezza e fatalismo, e risulta alla fine il personaggio più simpatico del film.

Ritenuto rassicurante dal pubblico che lo ha premiato in patria e altrove con cospicui incassi, Il ponte delle spie vanta una ricostruzione ambientale di formidabile accuratezza: costumi, scenografie, trucco non si limitano a farne un film ambientato negli anni ’60, ma lo fanno addirittura sembrare un film girato in quel periodo di cui preserva perfino le illusioni con la rappresentazione estatica di un Eden perduto e forse mai esistito, rappresentato da una tipica famiglia della middle class americana. Ci piace però pensare che la sceneggiatura (cui mettono mano anche i fratelli Coen) sfiori un tono beffardo quando, lasciandosi alle spalle le scansioni più avvincenti del racconto, il nostro Ulisse torna a Itaca per inscenare con la sua Penelope una fiacca gag su un vasetto di marmellata mentre il resto del mondo va a fuoco e Spielberg finge di ignorare che le scelleratezze di serie televisive come Desperate Housewives ci hanno nel frattempo rivelato che anche in quella mela si nasconde un verme.

Francesco Costa

Del romanzo che avevo letto trent’anni fa (mamma mia quanti sono!) ricordavo vagamente la trama complessa, ma soprattutto il protagonista George Smiley, il personaggio principale dei primi libri di John Le Carré. Per cui, andando a vedere il film del regista svedese Tomas Alfredson, non avevo alcun timore di conoscere già il finale, e di sapere come andavano le cose. Fra l’altro, il film è davvero una sfida per lo spettatore che deve stare attentissimo, e non rilassarsi con scene d’azione o magari con dialoghi dove si spiega tutto, chi è quello e che fa quell’altro, al limite del didascalico.

In questo film, i flashback si distinguono a malapena dal tempo narrativo della storia: nessuno che dice “cinque anni fa” per esempio, e il colore della pellicola, l’illuminazione, restano inalterati. Poco cambiano anche gli attori, un po’ più giovani ma del tipo “nato vecchio” tipico dell’agente segreto o del burocrate. Altro aspetto interessante del film è l’uso pressoché esclusivo degli interni, degli archivi e delle stanze anche un po’ squallide, tanto che Londra potrebbe benissimo essere la DDR raccontata da “Le vite degli altri”, tanto per equiparare il sistema spionistico, ossessivo e raggelante dell’epoca della guerra fredda. Ma anche il sistema aziendale, dove le guerre più che esterne sono guerre tra capi, tra manager, nelle quali perdono la vita gli altri, i giovani agenti che sacrificano gli affetti se non la vita.

Dicevo che non c’è timore di ricordare un intreccio complicato e giocato come una partita a scacchi (che infatti sono usati dal capo per indicare i suoi collaboratori). Purtroppo chi era la Talpa l’ho capito subito, non tanto per la memoria del libro, ma perché quando si mette un attore famosissimo e di grande calibro all’interno di un gruppo di attori assai meno noti, è come mettere un neon sfolgorante sul suo capo. Credo che l’intenzione del regista fosse proprio questa, magari per farci dipanare un po’ meglio la storia in mezzo a tanti nomi, luoghi e passati.