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Archivi tag: Stephen King

writingTutti coloro che chiedono, a me e a tutti gli scrittori, come facciamo ad avere delle “idee” e come si fa a scrivere un libro, dovrebbero procurarsi “On writing”, sulla scrittura, di Stephen King (riedito a distanza di 15 anni da Frassinelli, con traduzione di Arduino e prefazione di Loredana Lipperini).

Prima di tutto perché tanto vale sentire l’opinione di uno degli scrittori di massimo successo mondiale (se proprio si vuole un modello, meglio il top), inoltre perché è divertente, non ha pretese saggistiche né didattiche, non offre ricette semplici, ma dice papale papale che: 1) bisogna leggere moltissimo 2) bisogna scrivere moltissimo, tutti i santi giorni (lui per esempio non conosce feste di nessun tipo) 3) bisogna scordarsi strategie tipo scaletta, trama, costruzione del personaggio, applicazione di tecniche narrative, come insegnano le scuole di scrittura e invece bisogna 4) affidarsi all’istinto, seguire la storia o meglio “disseppellirla”, lasciando che i personaggi se la cavino un po’ da soli di fronte alle avversità, cioè ponendosi molte domande e provando a dare risposte sensate, plausibili, umane, soprattutto facendo riferimento alla propria esperienza,. a “cioè che si sa”.

Facile, vero? Per niente. E’ come dire che per danzare come Bolle bisogna avere il suo fisico la sua disciplina la sua sensibilità il suo talento, in una parola, essere Bolle. Le strategie che si insegnano, appunto la scaletta e la trama, il lavoro sui personaggi (personalmente ho fatto anche schede descrittive per averli in mente), il contesto, sono per lo scrittore di medio livello, come me, che al massimo sono tradotta in Cina, ma mai negli Stati Uniti, paese che sa sempre insegnare al mondo più che imparare. Come grande lettrice di King, e ammiratrice del suo inesauribile talento, leggo e imparo anch’io. Mi lascio affascinare, e ingannare dal grande ammaliatore, dallo scrittore che già che c’è ci racconta molto bene l’ennesima storia: di come si racconta una storia.

 

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End_of_Watch_coverEnd of watch è il terzo volume della trilogia di Stephen King iniziata con Mr.Mercedes, un romanzo di agghiacciante attualità. Perché il criminale protagonista del romanzo ruba una Mercedes per compiere una strage lanciandosi sulla folla in coda per fare domanda di lavoro. Non pago, decide poi di imbottirsi di esplosivo e far saltare un palazzetto pieno di ragazzine accorse a un concerto di una boy band. Non si tratta di un affiliato all’ISIS, ma il profilo folle è lo stesso: frustrazione, megalomania, sadismo, odio per la vita, che poco o nulla hanno a che vedere con le religioni, casomai con fanatismi che un tempo erano ideologici e trovavano sbocco nel fascismo o nel comunismo.

Il terzo episodio, dopo la parentesi di Finders Keepers, vede di nuovo Brady Heartfield, il maniaco della Mercedes, protagonista assoluto: dall’ospedale in cui sembrerebbe sepolto perché ha subito danni cerebrali, riesce a manovrare le persone, a spingerne alcune al suicidio, a far muovere altre come droni, grazie a un tablet con un gioco infantile e ipnotico, che funziona  come una sorta di accesso alla coscienza.

Fantascienza? Esagerazioni di un novellista? King non soltanto sembra mettere in guardia dall’ipnosi collettiva sui tablet, sugli smartphone, che spinge molte persone ad abbassare la guardia, a camminare o guidare incoscientemente, ma  supporta anche la sua costruzione narrativa con ricerche sui messaggi subliminali, sul pericolo di certi giochi per bambini che hanno provocato danni comportamentali o cerebrali. E anche sull’inconsapevolezza che guida oggi le nostre azioni, al punto che ci chiediamo,come lo psichiatra manipolato dal criminale: “Come ho fatto ad arrivare a questo punto?” Per sentirci rispondere dall’acuta mente malvagia: “Hai fatto come fanno tutti: un passo alla volta.” Già: step by step perdiamo la coscienza, abbandoniamo pezzi di memoria e di vita, incollati a schermi dove sprechiamo ore che sembrano pochi minuti, come se la vita fosse di qualcun altro.

 

 

 

revivalMemoir: vero o falso?

Il memoir, ovverosia il racconto delle proprie memorie, è un genere molto usato soprattutto da chi ha attraversato periodi storici drammatici. Ma è anche una strategia narrativa molto usata per vicende inventate, che con l’uso del discorso diretto (io) e con la ricostruzione dettagliata di personaggi e situazioni, danno l’impressione di una vera e sofferta confessione della propria vita.

generazioneperdutaQuest’estate ho appunto letto due memoir: il vero, Generazione perduta di Vera Brittain (Giunti) è un tomo che ricorda la tragedia della prima guerra mondiale (di cui si celebra quest’anno il centenario dell’ingresso italiano). Potrebbe essere un capolavoro, ma la descrizione assai minuziosa delle situazioni e la relativa freddezza del racconto, lo rendono il classico malloppo, che va benissimo per la traduzione televisiva che ne è stata tratta. Di sicuro il cinema saprà sopperire quell’emozione “trattenuta” con situazioni più toccanti e coinvolgenti, soprattutto per la centralità del personaggio femminile, donna determinata e autonoma per l’epoca.

L’altro, il falso memoir, è Revival di Stephen King, dove chi narra è un uomo che ripercorre tutta la sua vita, dall’infanza negli anni ’60 fino ad oggi, sotto l’ombra all’inizio apparentemente consolatoria, poi minacciosa, di un pastore metodista appassionato di elettricità al punto da farne oggetto di ricerche terapeutiche e infine di un delirio d’onnipotenza. Come sempre in King, il soprannaturale aleggia e poi irrompe, ma la prima parte del romanzo, con l’atmosfera degli anni ’60 (che ricorda Harper Lee, Il buio oltre la siepe) è senz’altro la migliore, forse perché il falso memoir coincide con memorie vere, e velate di malinconia, che appartengono allo scrittore.

Certo, è assai difficile toccare vette che pochi hanno raggiunto con la narrazione del sé e che spesso hanno coinciso con la condanna a un solo grande libro, come il magnifico Chiamalo sonno di Henry Roth (1934), un classico che vale davvero la pena di leggere per chi ha ancora voglia di scoprire la letteratura.