archivio

Archivi tag: thriller

lapenaNon ci sono personaggi positivi, in questo thriller dell’autrice canadese Shari Lapena, una delle numerose esordienti di talento nordamericane che subito accedono al massimo successo nel mondo letterario, grazie alla potenza di fuoco di un mercato che piazza i libri in tutto il mondo (questo è il Canada, ma è simile agli USA)

La ex avvocato e ex insegnante ci racconta in La coppia della porta accanto (Mondadori) la storia del rapimento di una neonata mentre i genitori sono a cena dai vicini di casa. In più, si capisce fin dall’inizio che le cose non quadrano: la mamma della rapita soffre di depressione e ha un passato ancora più oscuro; il papà ha grossi guai economici con la sua azienda. Ci si mettono anche la vicina fatalona, cinica, antipatica, il suocero arrogante e spietato, la suocera superficiale, insomma, un gruppo di personaggi che fanno invidia a “Carnage” (la piece magnifica di Yasmina Reza, in italiano Il dio del massacro, diventato film di Polanski nel 2011 ).

La storia è scarnificata da ogni divagazione o descrizione, da altri personaggi o situazioni, procede per narrazione asciutta e attraverso il dialogo oppure domande introspettive che si pongono costantemente i personaggi tormentati dai sensi di colpa. Si capisce che è già pronta per un film, un po’ tipo “Gone Girl” dove ugualmente non c’era uno che si salvasse.

Ho come il sospetto che queste autrici (spesso donne) escano da una sorta di factory, quella di corsi di scrittura dove si realizzano storie ben congegnate grazie all’uso brillante di archetipi narrativi (per quanto riguarda Young adult gli schemi di Propp) e di quelle domande che l’insegnante spinge a porsi e che poi finiscono nella scrittura. Non è il primo romanzo che leggo, dove trovo la raffica di domande che i personaggi pongono a se stessi e dunque al lettore, partecipe della loro angoscia anche perché, in questo caso, si trova nel ruolo del genitore imperfetto e attanagliato dalla paura di sbagliare e non essere all’altezza di un ruolo non più naturale ma sociale.

End_of_Watch_coverEnd of watch è il terzo volume della trilogia di Stephen King iniziata con Mr.Mercedes, un romanzo di agghiacciante attualità. Perché il criminale protagonista del romanzo ruba una Mercedes per compiere una strage lanciandosi sulla folla in coda per fare domanda di lavoro. Non pago, decide poi di imbottirsi di esplosivo e far saltare un palazzetto pieno di ragazzine accorse a un concerto di una boy band. Non si tratta di un affiliato all’ISIS, ma il profilo folle è lo stesso: frustrazione, megalomania, sadismo, odio per la vita, che poco o nulla hanno a che vedere con le religioni, casomai con fanatismi che un tempo erano ideologici e trovavano sbocco nel fascismo o nel comunismo.

Il terzo episodio, dopo la parentesi di Finders Keepers, vede di nuovo Brady Heartfield, il maniaco della Mercedes, protagonista assoluto: dall’ospedale in cui sembrerebbe sepolto perché ha subito danni cerebrali, riesce a manovrare le persone, a spingerne alcune al suicidio, a far muovere altre come droni, grazie a un tablet con un gioco infantile e ipnotico, che funziona  come una sorta di accesso alla coscienza.

Fantascienza? Esagerazioni di un novellista? King non soltanto sembra mettere in guardia dall’ipnosi collettiva sui tablet, sugli smartphone, che spinge molte persone ad abbassare la guardia, a camminare o guidare incoscientemente, ma  supporta anche la sua costruzione narrativa con ricerche sui messaggi subliminali, sul pericolo di certi giochi per bambini che hanno provocato danni comportamentali o cerebrali. E anche sull’inconsapevolezza che guida oggi le nostre azioni, al punto che ci chiediamo,come lo psichiatra manipolato dal criminale: “Come ho fatto ad arrivare a questo punto?” Per sentirci rispondere dall’acuta mente malvagia: “Hai fatto come fanno tutti: un passo alla volta.” Già: step by step perdiamo la coscienza, abbandoniamo pezzi di memoria e di vita, incollati a schermi dove sprechiamo ore che sembrano pochi minuti, come se la vita fosse di qualcun altro.

 

 

 

irrational manIl film di Woody Allen “Irrational man” esce qui da noi sotto Natale, forse per rastrellare un po’ di pubblico sgomitando tra Star Wars e Pieraccioni & Co, i famosi sbancabotteghino italiano. Quello di Allen, ovviamente, non ha alcuno spirito natalizio, anzi. Non è una commedia carina, elegante e fantasiosa, un po’ baluginante com’erano le “cartoline” da mondo che ha girato anni addietro, invece si ricollega a un suo filone pessimista, che nella sua vasta filmografia ha prodotto, tra gli altri, “Crimini e misfatti” e “Matchpoint”.

Rispetto però a questi due successi, questo film si sfrangia nel finale, lasciandoci perplessi. Il tema è dostoevskiano, infatti Dostoevski è citato e la protagonista Emma Stone è pronta a dire che lo ha letto tutto: una ventenne americana di oggi! Ci sarebbe da commentare: congratulazioni! Ma Allen, che in passato avrebbe magari messo una battuta del genere, qui non ci pensa nemmeno ad alleggerire. Nelle tonalità fredde dell’immagine, nell’ambientazione quasi senza epoca (non si vedono cellulari, nessuno ha un tablet, sono anzi tutti abbigliati come negli anni ’70), il protagonista Joaquin Phoenix, bolso e panciuto, cupo, impotente, semialcolista, preda dell’istinto di morte, trova pace soltanto in un progetto omicida che dovrebbe ristabilire un equilibrio nell’umana ingiustizia e crudeltà. Ma pur essendo il suo un “delitto perfetto” (con echi da Delitto per delitto di Hitchcock), non resta impunito, e pagherà con la vita il tentativo di uccidere (come in Matchpoint) anche la sua innamorata.

Fin qui ci siamo, ma la fine non torna. Emma Stone che cammina sulla spiaggia dopo qualche tempo, ripensando a cosa è sfuggita, non quadra con il tema e i segnali del film. Perché forse quell’umana ingiustizia poteva investire anche e proprio lei che, come il professore, si fa strumento della giustizia, stavolta però umana e processuale (come stabilì l’Orestea greca con la creazione del tribunale). Ma i tribunali sono pieni di giudici avidi, spietati, cinici, pronti a decretare che una ragazza abbia potuto uccidere il suo prof in un impeto di gelosia, quando lui sta per andarsene all’estero con un’altra donna, e condannarla seguendo il famoso imperativo categorico kantiano, in mancanza di prove che il professore fosse un assassino.

Tanti mi chiedono consigli per gli acquisti natalizi, di libri intendo. Comincio con le letture da grandi, quel che ho letto o sto leggendo con piacere, quindi:

finderskeepersFinders Keepers di Stephen King (2015), tradotto in italiano con “Chi perde paga”. Il titolo sarebbe però: Chi trova, tiene. Perchè la storia parla di un tesoro trovato da un ragazzo sotto un albero, proprio come nei romanzi antichi, e questo tesoro non solo è fatto da dollari (gli USA non hanno mai avuto il cambio di valuta come da noi, dove una storia del genere sarebbe impossibile) e da un mucchio di Moleskine scritti fitto fitto. Soldi e blocchetti notes appartenevano a un anziano scrittore, derubato e ucciso oltre trent’anni fa da un suo fan in un assalto notturno in stile Arancia Meccanica. E’ un thriller? Un po’ thriller sì, ma non riesco a racchiudere King in generi definiti. Sono romanzi sociali, con richiami letterari, che non perdono tempo in esibizionismi letterari, ma hanno un forte intreccio e una capacità rara di rappresentare personaggi complessi e ambienti con realismo e crudezza.

harukiSecondo libro, di tutt’altra pasta: Murakami Haruki, La stana Biblioteca (Einaudi, 2015). Un centinaio di pagine o poco più, illustrate da Lorenzo Ceccotti, che raccontano una fiaba moderna. Un giovane chiede in prestito tre libri in biblioteca ed è chiuso in una segreta, con l’obbligo di impararli a memoria, altrimenti gli verrà divorato il cervello. E’ una storia non proprio edificante o rassicurante, ma molto chiara sull’importanza della lettura e della memoria di ciò che si legge. Quel che ci vuole, oggi, in cui i libri sembrano oggetti effimeri, con racconti che si dimenticano subito.

 

gonegirl6L’amore bugiardo  è un titolo sentimentale che non rende merito a un film (di David Fincher) piuttosto concentrato a sviluppare il tema dell’apparenza e dell’esibizione, cioè le ossessioni di oggi. Tutto è spettacolo, anche l’amore e ancor di più la coppia, che comincia la sua personale narrazione esibita con le foto, i selfie, oggi postati su Fb e su altri magari più patinati social, e poi le varie sessioni foto-filmiche dei viaggi, le foto intime e infine il massimo tripudio rappresentato dal matrimonio che oggi è sfarzoso o non si fa.

Certo, il film (in origine Gone girl, come il titolo del libro che io non sono riuscita a leggere trovandolo poco interessante come thriller) è anche un thriller alla Hitchcock come acutamente ci spiegano i critici come Pacilio e Grosoli della rivista Gli spietati. Bionda fredda e inquietante la protagonista che ricorda le attrici care a Hitchcock come Tippi Hendren, atmosfere cupe e dialoghi artefatti, ambiguità che gelano ogni sentimento e ogni possibile verità: sono gli ingredienti cari al buon vecchio maestro, che il regista Fincher sa dosare, inserendoli nel gioco ossessivo della modernità e cioè l’esibizione e la visibilità di fronte a un occhio sterminato, quello del pubblico televisivo onnipresente (c’è un televisore dappertutto, così quando Ben Affleck parla in una trasmissione televisiva, parla anche alla moglie che lo guarda, e che guarda proprio quella trasmissione come tutta l’America sta facendo in quel momento).

E dunque? Ha ragione Marco Grosoli: “questa meticolosa manipolazione dello spettatore nei suoi meandri narrativi, tutto questo sapiente convincerlo che tale personaggio è innocente e talaltro colpevole per poi ribaltare al momento giusto le carte in tavola, è obbligata a coesistere col fatto che lo spettatore in ultima analisi non viene portato da nessuna parte.” Se non nel fatto che stiamo assistendo a un gioco d’intelligenza (Mastermind, che Affleck ha in mano all’inizio del film), perfido, che butta all’aria il concetto tanto idealizzato e vuoto dell’amore romantico.

 

In questi giorni proviamo temperature polari, simili a quelle della Svezia di Liza Marklund, che definire semplicemente giallista sarebbe improprio. I suoi romanzi, difatti, aprono un interessante spaccato sulla vita sociale, sulle relazioni, il lavoro, la cultura contemporanea di un paese che si scopre più vicino a noi di quanto si potrebbe pensare.

Ne Il lupo rosso (Marsilio), al centro della storia c’è il plot poliziesco, che tratta di un serial killer dai trascorsi maoisti su cui indaga l’intrepida e un po’ nevrotica giornalista Annika Bengtzon, protagonista della serie di thriller di Marklund. Ma intorno a questa caccia al killer c’è molto di più di un ambiente politico di anni passati (buffo trovare maoisti in Svezia, ma negli anni Sessanta e Settanta non c’era da stupirsi di simili fratellanze universali). C’è un forte cambiamento nel mondo dei media, che vede avanzare un potente gigante delle telecomunicazioni, l’accentramento di potere in vari canali d’informazione di una famiglia, ci sono politici che chiedono di fare pressione sui media per far passare leggi utili alla loro immagine e ai loro interessi, e sopratutto ci sono donne che devono mettere insieme carriera e famiglia. Con grande fatica, la stessa Annika, brillante e intuitiva reporter deve badare a casa, bambini e già che c’è a un marito che alla prima occasione la tradisce spavaldamente con la solita collega giovane, carina e libera. Nel frattempo, la sua migliore amica Anne, single con figlia, si vede minacciare dall’ex di portarle via la figlia.

A un certo punto, sembra quasi di essere a casa nostra. E noi che guardavamo alla Svezia come a un faro per l’indipendenza femminile! Ecco invece il marito fedifrago di Annika che si lamenta con l’amante, proprio come farebbe un maschilista italiano, perché la moglie non bada alla casa e ai bambini, e lo trascura!

Alla fine, ci si consola con la parte di brivido offerta dal nodo poliziesco, tra paesi sconfinati nel gelo nordico, con casette modeste, enormi acciaierie, villaggi tetri mai sfiorati dal ricco welfare scandinavo riservato alla sola Stoccolma.