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E’ una delle cose che adoro della città d’estate: il cinema all’aperto, nelle arene. Non sono di certo l’unica. Ogni sera la sala è piena, soprattutto di giovani che lasciano i divani davanti all’imperante tivù per il grande schermo circondato dalle stelle (in queste notti si vede Marte, un puntino rosso brillante).

Così uno riesce anche a rimettersi in pari. Ieri sera per esempio ho visto il tanto celebrato “Tre manifesti a Ebbing” che ho trovato un po’ una mazzata. Un film che vuol essere troppo un capolavoro per esserlo sul serio, e se l’inizio è magnifico, come sa esserlo il cinema quando sa usare il proprio linguaggio (prettamente d’immagine), poi si sbrodola nelle chiacchiere, nelle scene implausibili (ci sono diverse cosette che non tornano, per chi sa un po’ maneggiare le storie), nella solita storia di vendetta all’americana e di durezza alla Eastwood (che però è unico), con una donna diventata una specie di guerriera ninja o anche veterana Vietnam, con la bandana tipica dei film post-Vietnam.

Lo so che susciterò lo sdegno in chi ha giudicato il film eroico e grandioso, ma io l’ho trovato forzato, e forse, come me, anche le giurie che hanno premiato Frances Mc Dormand ma non il film devono aver avuto dubbi. (Una nota divertente sul turpiloquio eccessivo in un film dove i figli chiamano “tr…” la propria madre: all’intervallo la gente usava un linguaggio superforbito rivolgendosi al barista: “potrei avere per cortesia dell’acqua minerale?” Barista: “Volentieri. Prego, signora, desidera anche un bicchiere di plastica?” “La ringrazio infinitamente, gentilissimo.” “Ma prego, non c’è di che, buona serata”)

Invece contentissima di aver visto “The Party”, film di Sally Potter (ma come ho fatto a perderlo? Facile: sono film che forse passano come meteore nelle sale). Una specie di “Carnage” umoristico, molto meno denso, ma con lo stesso impianto teatrale, un camera film con attori ottimi, humour british, una buona dose di sarcasmo sui politici (inglesi e nel caso laburisti), che comunque, rispetto ai nostri, mostrano un contesto di sobrietà impressionante, quasi commuovente: quale ministro della sanità italiana vivrebbe in un appartamento piccolo borghese, con un bagno da dopoguerra?

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Less, il romanzo di Andrew Sean Greer, parla di uno scrittore che appunto si chiama Arthur Less, e il nome è, come dicevano i miei prof in un tempo perduto, nomen omen, cioè dice tutto: meno di una persona che dovrebbe essere, a cinquant’anni quasi suonati, un po’ realizzata, oltretutto facendo il lavoro dello scrittore che però, è “meno” di successo del suo ex amante, famoso poeta e “genio”. Less non è geniale, è mediocre, è pavido, e scappa in giro per il mondo per evitare il matrimonio di un altro amante, l’ultimo, il giovane Freddy che lo ha lasciato.

Less è insomma noiosetto, non ha talento, ha scritto un libro forse buono più amato all’estero che non in patria, è stupito perciò dei premi (in Italia, patria dei premi), dai complimenti, e si aggira tra Festival e conferenze sempre poco a suo agio, oltretutto impedito da una conoscenza delle lingue pari a zero, un po’ come la gran parte degli americani e degli inglesi che, beati loro, possono contare sulla loro lingua come veicolare globale.

Capisco la mia amica Sarah che va molto a rilento nella lettura di questo libro scelto per fare conversazione “letteraria” in inglese. Non c’è nulla che ti attiri, ti incuriosisca, mi dice delusa. Io trovo interessante Less perché alla fine ogni scrittore si sente un po’ così, a meno che il proprio ego non lo spinga a immaginarsi un premio Nobel incompreso. Però, sì, dopo qualche centinaia di pagine in cui il personaggio soprattutto si è mosso per il mondo, smuovendo poco della propria interiorità, ti chiedi come abbia fatto Greer a scrivere un libro tanto bello come “Storia di un matrimonio” e se per caso questo nuovo romanzo non parli proprio di lui, alla soglia dei temutissimi fifties.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf è un altro piccolo caso editoriale. Pubblicato da Enneenne editore, ha uno strano successo, considerando che non è un thriller, non è un libro che un grosso editore spinge in libreria, e non c’è più l’autore che magari vaga per tutti e 5 i continenti a promuoverlo,

Dunque? Sta a vedere che funziona ancora un po’ il passaparola e la fiducia che si ripone nei lettori. Per esempio, io mi sono fidata del giudizio della libraia Claudia della Libreria Ubik di Mestre, e l’ho letto con piacere. Mi riprometto anzi di leggere La trilogia della pianura, e guardate ne dico un’altra: senza prestare molta attenzione ai commenti negativi, sulle solite tiritere di cos’è e cosa non è letteratura.

In questo caso, si tratta di una storia dolente, di due anziani che decidono di farsi compagnia, andando a letto insieme ogni notte: a letto, mano nella mano, a parlare, punto. Quest’azione scandalizza i vicini, ma soprattutto i figli dei due protagonisti, che arrivano a imporre la rottura e poi la lontananza. Impossibile? Non direi. La vecchiaia è tabù, e gli anziani spesso sono in balia della volontà dei figli e dei nipoti, sono controllati e rimproverati e non si tollera che facciano quel che fanno tutti, cioè si prendano le loro libertà.

Sembra che Haruf lo abbia scritto con grande foga, mancano descrizioni se non quelle essenziali, è tutto affidato a dialoghi senza virgolettato, e si ha l’impressione che sia una piece. Difatti è diventato subito un film con due meravigliosi attori senza età: Robert Redford e Jane Fonda.

Confesso la mia spaventosa ignoranza dell’arte contemporanea, che mi spiace perché gli artisti non sanno soltanto interpretare gli aspetti nascosti della nostra vita, le condizioni anche più difficili dell’umano, ma sanno offrire visioni d’infinito, sanno essere di esempio per la loro ricerca di assoluto e a volte anche per la modestia com cui conducono le loro vite, indifferenti al consumismo.

Meno male che ho visitato la mostra Love a Milano! Ho scoperto così la celebre artista giapponese Yayoi Kusama e mi sono incuriosita al punto di leggere la sua autobiografia “Infinity net” (Iohan & Levi, 2013).  Negli anni ’60 dello scorso secolo, Kusama, emigrata negli Stati Uniti dal Giappone conservatore per fare l’artista, fu una specie di “sacerdotessa” della cosiddetta “rivoluzione hippie” americana, e organizzava scandalosissimi happening. Ma la sua fama è legata alle grandi opere di reti realizzate con piccolissimi puntini, reti infinite che si espandono e coprono tutta la superficie oltre il quadro, che si moltiplicano in specchi, mentre scultura i pois diventano tante piccole sfere d’acciaio che galleggiano sulla superficie di un lago o del mare.

Non soltanto pittrice e scultrice, ma anche regista, produttrice di musical, stilista, coreografa, oggi Yayoy Kusama è una signora di ultraottantenne tornata a vivere in Giappone quarant’anni fa dopo i fasti americani. Sorprendentemente, una donna dalla fama riconosciuta mondialmente, confessa in questa autobiografia: “Ho dipinto, scolpito e scritto per decenni, da quando sono in grado di ricordare, ma se devo essere sincera, non sono ancora del tutto sicura di essere diventata un’artista. Ogni opera è un passo lungo il cammino, una ricerca disperata della verità con pennelli, tele e materiali.”

Una simile dichiarazione commuove, in un mondo dove tutti sono artisti, più o meno incompresi e soprattutto artisti dopolavoristi.

 

jackieLa storia dell’assassinio di Kennedy è per me un vero tormentone, mi perseguita fin da quando ero piccola. Non è stato l’unico presidente assassinato negli USA che ne hanno fatti fisicamente fuori quattro, ma insieme a Lincoln è il più celebre. Però Kennedy, rispetto a Lincoln che abolì la schiavitù, non si può dire che abbia fatto qualcosa di speciale, dunque perché imperitura memoria?

Il film di Pablo Lorrain offre una chiave di lettura che rimette al centro della scena (molto shakespeariana) la regina, e cioè Jacqueline, la moglie giovane colta elegantissima e glamour che seppe fare del marito un’icona, un mito americano di speranza e fiducia perdute per sempre e ben presto travolte dall’orrenda guerra in Vietnam.

Oltre alla indubbia magnifica prova d’attrice di Natalie Portman, alla ricostruzione fedele degli ambienti, dei filmati, delle giornate tragiche che vanno dall’assassinio al funerale, il film ci lascia perciò quel dubbio che nel film è Bob a insinuare e cioè che i Kennedy non abbiano fatto granché, se non risolvere una crisi cubana provocata da loro stessi. “Siamo bella gente” dice Bob, e su quell’aspetto glam, leggendario di “bella gente con ideali” Jackie seppe lavorare per offrire unl ricordo immacolato a un paese bisognoso di miti.

lalalandBisogna che lo dica, anche se mi inimicherò orde di adoratori sia del film che dei due interpreti: La la Land è una grandissima pacchianata. Sono andata al cinema convinta di vedere un film meraviglioso e mi sono trovata davanti una parata dei più triti cliché, che fino all’ultimo ho sperato si ribaltassero con qualche trovata sorprendente. Macché.

Operazione nostalgia, che ha funzionato perfettamente visto il massimo successo. Un po’ di reminiscenze di Fred Astaire e Ginger Rogers, l’amore per il jazz che si vuole salvare nella sua purezza, l’elogio ai folli e ai sognatori, e infine il sacrificio d’amore per rispettare il talento della donna amata… Pare che questi temi portino a fiumi di lacrime, e visioni multiple del film.

Ma come sia fa a crederci? Quale jazz è quello autentico? E perché nessuno ride, soprattutto in Usa, quando lo slavato Ryan Gosling vorrebbe insegnare al fantastico John Legend, che è un vero pianista e compositore, qual è il vero jazz? Neanche fossimo a Scherzi a parte! Quanto alla storia, mi pare ultrascontata: la cameriera che vuole diventare diva e lo diventa, anche grazie alla spinta del jazzista puro, che la porta di peso al provino fatale.

Sono bravi gli attori, ma per un musical allora prendete direttamente dei cantanti e ballerini, altrimenti l’effetto è un po’ Ballando con le stelle. Che vi devo dire? A me Damien Chazelle non mi ha convinto nemmeno con Wishplash, che mi pareva tremendo. Ma con Trump al governo, ovviamente è il nuovo che avanza.

lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.