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Le nostre anime di notte di Kent Haruf è un altro piccolo caso editoriale. Pubblicato da Enneenne editore, ha uno strano successo, considerando che non è un thriller, non è un libro che un grosso editore spinge in libreria, e non c’è più l’autore che magari vaga per tutti e 5 i continenti a promuoverlo,

Dunque? Sta a vedere che funziona ancora un po’ il passaparola e la fiducia che si ripone nei lettori. Per esempio, io mi sono fidata del giudizio della libraia Claudia della Libreria Ubik di Mestre, e l’ho letto con piacere. Mi riprometto anzi di leggere La trilogia della pianura, e guardate ne dico un’altra: senza prestare molta attenzione ai commenti negativi, sulle solite tiritere di cos’è e cosa non è letteratura.

In questo caso, si tratta di una storia dolente, di due anziani che decidono di farsi compagnia, andando a letto insieme ogni notte: a letto, mano nella mano, a parlare, punto. Quest’azione scandalizza i vicini, ma soprattutto i figli dei due protagonisti, che arrivano a imporre la rottura e poi la lontananza. Impossibile? Non direi. La vecchiaia è tabù, e gli anziani spesso sono in balia della volontà dei figli e dei nipoti, sono controllati e rimproverati e non si tollera che facciano quel che fanno tutti, cioè si prendano le loro libertà.

Sembra che Haruf lo abbia scritto con grande foga, mancano descrizioni se non quelle essenziali, è tutto affidato a dialoghi senza virgolettato, e si ha l’impressione che sia una piece. Difatti è diventato subito un film con due meravigliosi attori senza età: Robert Redford e Jane Fonda.

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Confesso la mia spaventosa ignoranza dell’arte contemporanea, che mi spiace perché gli artisti non sanno soltanto interpretare gli aspetti nascosti della nostra vita, le condizioni anche più difficili dell’umano, ma sanno offrire visioni d’infinito, sanno essere di esempio per la loro ricerca di assoluto e a volte anche per la modestia com cui conducono le loro vite, indifferenti al consumismo.

Meno male che ho visitato la mostra Love a Milano! Ho scoperto così la celebre artista giapponese Yayoi Kusama e mi sono incuriosita al punto di leggere la sua autobiografia “Infinity net” (Iohan & Levi, 2013).  Negli anni ’60 dello scorso secolo, Kusama, emigrata negli Stati Uniti dal Giappone conservatore per fare l’artista, fu una specie di “sacerdotessa” della cosiddetta “rivoluzione hippie” americana, e organizzava scandalosissimi happening. Ma la sua fama è legata alle grandi opere di reti realizzate con piccolissimi puntini, reti infinite che si espandono e coprono tutta la superficie oltre il quadro, che si moltiplicano in specchi, mentre scultura i pois diventano tante piccole sfere d’acciaio che galleggiano sulla superficie di un lago o del mare.

Non soltanto pittrice e scultrice, ma anche regista, produttrice di musical, stilista, coreografa, oggi Yayoy Kusama è una signora di ultraottantenne tornata a vivere in Giappone quarant’anni fa dopo i fasti americani. Sorprendentemente, una donna dalla fama riconosciuta mondialmente, confessa in questa autobiografia: “Ho dipinto, scolpito e scritto per decenni, da quando sono in grado di ricordare, ma se devo essere sincera, non sono ancora del tutto sicura di essere diventata un’artista. Ogni opera è un passo lungo il cammino, una ricerca disperata della verità con pennelli, tele e materiali.”

Una simile dichiarazione commuove, in un mondo dove tutti sono artisti, più o meno incompresi e soprattutto artisti dopolavoristi.

 

jackieLa storia dell’assassinio di Kennedy è per me un vero tormentone, mi perseguita fin da quando ero piccola. Non è stato l’unico presidente assassinato negli USA che ne hanno fatti fisicamente fuori quattro, ma insieme a Lincoln è il più celebre. Però Kennedy, rispetto a Lincoln che abolì la schiavitù, non si può dire che abbia fatto qualcosa di speciale, dunque perché imperitura memoria?

Il film di Pablo Lorrain offre una chiave di lettura che rimette al centro della scena (molto shakespeariana) la regina, e cioè Jacqueline, la moglie giovane colta elegantissima e glamour che seppe fare del marito un’icona, un mito americano di speranza e fiducia perdute per sempre e ben presto travolte dall’orrenda guerra in Vietnam.

Oltre alla indubbia magnifica prova d’attrice di Natalie Portman, alla ricostruzione fedele degli ambienti, dei filmati, delle giornate tragiche che vanno dall’assassinio al funerale, il film ci lascia perciò quel dubbio che nel film è Bob a insinuare e cioè che i Kennedy non abbiano fatto granché, se non risolvere una crisi cubana provocata da loro stessi. “Siamo bella gente” dice Bob, e su quell’aspetto glam, leggendario di “bella gente con ideali” Jackie seppe lavorare per offrire unl ricordo immacolato a un paese bisognoso di miti.

lalalandBisogna che lo dica, anche se mi inimicherò orde di adoratori sia del film che dei due interpreti: La la Land è una grandissima pacchianata. Sono andata al cinema convinta di vedere un film meraviglioso e mi sono trovata davanti una parata dei più triti cliché, che fino all’ultimo ho sperato si ribaltassero con qualche trovata sorprendente. Macché.

Operazione nostalgia, che ha funzionato perfettamente visto il massimo successo. Un po’ di reminiscenze di Fred Astaire e Ginger Rogers, l’amore per il jazz che si vuole salvare nella sua purezza, l’elogio ai folli e ai sognatori, e infine il sacrificio d’amore per rispettare il talento della donna amata… Pare che questi temi portino a fiumi di lacrime, e visioni multiple del film.

Ma come sia fa a crederci? Quale jazz è quello autentico? E perché nessuno ride, soprattutto in Usa, quando lo slavato Ryan Gosling vorrebbe insegnare al fantastico John Legend, che è un vero pianista e compositore, qual è il vero jazz? Neanche fossimo a Scherzi a parte! Quanto alla storia, mi pare ultrascontata: la cameriera che vuole diventare diva e lo diventa, anche grazie alla spinta del jazzista puro, che la porta di peso al provino fatale.

Sono bravi gli attori, ma per un musical allora prendete direttamente dei cantanti e ballerini, altrimenti l’effetto è un po’ Ballando con le stelle. Che vi devo dire? A me Damien Chazelle non mi ha convinto nemmeno con Wishplash, che mi pareva tremendo. Ma con Trump al governo, ovviamente è il nuovo che avanza.

lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

cafe societyMagari sarà la nostalgia di un tempo dorato e mai vissuto, che ha creato il più bel cinema del mondo, ma a me Café Society di Woody Allen è piaciuto moltissimo.

Intanto, il film comincia con il piano sequenza nella splendida villa hollywoodiana bagnata di luce azzurra e ti viene da riempirti i polmoni perché ecco davvero il cinema di grande respiro e di intensa luminosità. E’ cioè il cinema dal movimento di macchina svelto e morbido, dalle inquadrature studiate, la fotografia impeccabile, che addirittura colora ogni personaggio di un tono particolare, come una propria caratteristica, come nei film di Leone ogni figura aveva un suo suono. E’ il cinema dalla sceneggiatura perfetta, scritta dal “commediografo sadico” (una delle battute che subito diventano cult del film: “la vita è scritta da un sadico che fa il commediografo”).

Il film perciò ha un ritmo intenso, jazz, con la musica che accompagna soprattutto le scene criminali, dove si uccide e si seppelliscono i cadaveri nel cemento, ma anziché inorridirsi, si ride, ed ecco il rovesciamento comico: i favolosi anni ’30 del grande cinema e del jazz sono quelli dei gangster di ogni risma, di ogni estrazione, di gelida spietatezza. L’altra faccia del lusso è sempre il crimine, anche se le belle anime tendono a non vederlo o a fingere di non capire, pur sfruttandolo quando viene comodo.

Sarà pure “il solito” Allen, per un pubblico agé (ma conosco almeno un paio di ragazzine che hanno amato il film), ma grazie a quel “solito” abilissimo commediografo, si va al cinema con immenso piacere.

carreredickA dispetto del titolo ostico e molto poco estivo, “Voi siete vivi, io sono morto” (Adelphi, 2016), mi sono messa a leggere questo libro perché lo ha scritto Emmanuel Carrère, che considero uno dei migliori scrittori contemporanei. Però devo proprio confessare che stento ad andare avanti. E’ vero che la prosa è quella avvolgente di Carrère, ma rispetto al bellissimo Limonov e al sublime L’avversario, questo si discosta poco dal pura biografia di Philip Dick (in effetti il libro è uscito in Italia quest’anno, ma la data originale è del 1993), uno dei più famosi scrittori di fantascienza del Novecento, che pure fu sottovalutato per gran parte della vita, perché un tempo il genere era robuccia, anzi, e qui la cosa si fa interessante, roba da ragazzi.

Philip Dick all’inizio della sua carriera era considerato un autore per ragazzi, un po’ come succede spesso alla narrativa dell’immaginario, che sia fantasy o fantascienza o avventura, e per poter sopravvivere scriveva come un matto, un libro via l’altro. Essendo del ramo, capisco come mai: per quanto si venda, per quanto siamo apprezzati, non si arriva mai ai fasti della narrativa “mainstream”, e si può solo sognare di scrivere un libro ogni 4 o 5 o pure 10 anni come certi nobili scrittori. Che poi certe storie siano divenute film di culto come “Blade Runner” o abbiano ispirato film come “The Truman Show”, non hanno cambiato la vita disperata e sempre a corto di quattrini di uno scrittore in seguito tanto rivalutato, perché il successo è arrivato postumo.

Come in altri famosi e diventati celebri libri, Carrère è interessato al personaggio fallito, al “perdente di successo” (come si era definito Albertazzi, che pure non aveva affatto l’aria né la biografia del perdente), all’uomo che per scrivere viveva di anfetamine, al nevrotico, schizoide, a momenti paranoico, cui perciò riusciva bene descrivere menti contorte, e costruire mondi cupi e dittatoriali, concludendo spesso in modo tragico le storie.

Non è una lettura estiva, l’ho detto.