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Bisogna proprio ammettere che non a caso uno si chiama King, ovvero Re. Chissà se per il cognome che dà una certa responsabilità, ma lo scrittore americano Stephen King non sbaglia (quasi) mai un colpo. Neppure negli ultimi romanzi dove il suo genere, l’horror moderno, si stempera, attingendo ad altri generi, come in questo suo ultimo libro la fantascienza, e costruendo rimandi ad altri media, principalmente il cinema, con il quale King ha un rapporto di lunga durata.

Sto tentando insomma di recensire il suo ultimo e corposo romanzo, 11/22/1963. Mi rendo conto di aver impiegato un mese e mezzo a leggerlo, un po’ per le quasi 800 pagine, un po’ perché mi sono piccata di leggerlo in inglese, con tutto il rispetto della traduzione, sicuramente ottima, del collettivo Wu Ming 2.

La storia è molto appassionante, difficile metter giù il libro, non soltanto per la famosa capacità di mantenere elevata la tensione nelle pagine e per le scene impressionanti che King descrive, ma soprattutto per la ricostruzione viva del passato, dei personaggi, dell’ambientazione, i riferimenti perfetti alla musica, alla moda, allo stile di vita dell’America tra il 1958 e il 1963.

Non sarebbe così convincente e fresca questa ambientazione se fosse un romanzo storico, con personaggi dell’epoca. Riusciamo invece a calarci allora grazie al protagonista che viaggia nel tempo e che parte dal 2011, finendo in un buco come Alice, solo che il paese non è delle Meraviglie ma the Land of Ago (la Terra che Fu). Allora diventano divertenti gli scarti linguistici, con Jake che usa esclamazioni o frasi incomprensibili o addirittura sconvenienti per un professore di letteratura dei primi e puritani anni ’60. Si accetta anche il tanto abusato viaggio temporale perché chi lo compie non è uno scienziato o un eroe, ma un professore, e per giunta di letteratura, che della storia ricorda poco. A un certo punto, poi, la storia d’amore con la simpatica, giovane e coraggiosa bibliotecaria appanna persino la missione che Jake si è assunto, impedire l’assassinio di John Kennedy e King dimostra si saper emozionare i lettori anche con l’amore.

Un buon libro, e pare che già si parli del film che ne verrà tratto.

Purtroppo, quando si arriva alla fine di un romanzo del genere (e non si vedeva l’ora di arrivare alla fine, presi dalla storia e dal ritmo sempre più serrato), ci si sente smarriti, sebbene soddisfatti. Dispiace staccarsene e per qualche giorno (almeno io faccio così) non si riesce a metter mano su altro. Damned Stephen King!

 Carino il nuovo film di Allen, che diverte sollecitando un tema che penso colpisca soprattutto chi ha oltrepassato la mezz’età, e cioè la difficoltà di essere, vivere, comprendere la contemporaneità e dunque la tendenza o addirittura l’ossessione di ripensare con nostalgia al passato, idealizzandolo. Meglio ancora se è un passato che non si è vissuto e che, a posteriori, mostra tutta la sua gloria nelle arti e nella cultura.

Il protagonista, sceneggiatore aspirante scrittore, vaga dunque nella Parigi oh cara che il film mostra attraverso un caleidoscopio di cartoline all’inizio. I toni giallini delle immagini sembrano suggerire che siamo proprio dalle parti delle vecchie immagini d’epoca. Il mondo non è più così, ma quando siamo turisti in una città storica e importante, ci piace pensare che sia ancora un po’ quella della Belle Epoque o addirittura dei ruggenti anni ’20.

Il salto temporale, per lo scrittore Owen Wilson (che sa interpretare benissimo Allen, con gesti e espressioni di Allen da giovane) avviene come il passaggio di Pinocchio nel Paese dei Balocchi: a mezzanotte in punto passa un’auto d’epoca dentro cui ci sono personaggi che lo trascinano nel bel mondo del passato.

Sì, più bello il mondo di un tempo in cui gli artisti erano una compagnia povera, bella e talentuosa, mentre oggi sono tutti famosi già a dodici anni, cantando in qualche trasmissione televisiva e la profetica minaccia di Warhol o chi per lui è divenuta banale constatazione: il quarto d’ora di celebrità per tutti. Eppure, qui ci tocca stare e allora con un pizzico di speranza ci consiglia di vivere dove ci piace di più, in una città bella anche sotto la pioggia e in compagnia di qualcuno che abbia la nostra stessa sensibilità.