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cafe societyMagari sarà la nostalgia di un tempo dorato e mai vissuto, che ha creato il più bel cinema del mondo, ma a me Café Society di Woody Allen è piaciuto moltissimo.

Intanto, il film comincia con il piano sequenza nella splendida villa hollywoodiana bagnata di luce azzurra e ti viene da riempirti i polmoni perché ecco davvero il cinema di grande respiro e di intensa luminosità. E’ cioè il cinema dal movimento di macchina svelto e morbido, dalle inquadrature studiate, la fotografia impeccabile, che addirittura colora ogni personaggio di un tono particolare, come una propria caratteristica, come nei film di Leone ogni figura aveva un suo suono. E’ il cinema dalla sceneggiatura perfetta, scritta dal “commediografo sadico” (una delle battute che subito diventano cult del film: “la vita è scritta da un sadico che fa il commediografo”).

Il film perciò ha un ritmo intenso, jazz, con la musica che accompagna soprattutto le scene criminali, dove si uccide e si seppelliscono i cadaveri nel cemento, ma anziché inorridirsi, si ride, ed ecco il rovesciamento comico: i favolosi anni ’30 del grande cinema e del jazz sono quelli dei gangster di ogni risma, di ogni estrazione, di gelida spietatezza. L’altra faccia del lusso è sempre il crimine, anche se le belle anime tendono a non vederlo o a fingere di non capire, pur sfruttandolo quando viene comodo.

Sarà pure “il solito” Allen, per un pubblico agé (ma conosco almeno un paio di ragazzine che hanno amato il film), ma grazie a quel “solito” abilissimo commediografo, si va al cinema con immenso piacere.

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1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389     Francesco Costa / AC-Costa al Cinema

 

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IRRATIONAL MAN

Regia e sceneggiatura: Woody Allen; direttore della fotografia: Darius Kondji; scenografia: Carl Sprague; costumi: Suzy Benzinger; montaggio: Alisa Lepseiter; produzione: Letty Aronson, Stephen Tenenbaum e Edward Walson; durata: 95’; nazionalità: Usa. Interpreti: Joaquin Phoenix (Abe), Emma Stone (Jill), Parker Posey (Rita), Jamie Blackley (Roy), Robert Petkoff (Paul), Sophie von Haselberg (April), Susan Purfar (Carol).

Woody Allen compie 80 anni e sforna il 45° film: caso unico nella storia del cinema, il regista si dice totalmente sfiduciato sul senso della vita, ma evidentemente ne trova uno nel costruire storie con fervore compulsivo e tramutarle a tambur battente in film. Frequentavo l’università quando ho visto il suo primo lavoro e da ben 45 anni corro all’appuntamento annuale con un artista che ha accompagnato tutta la mia vita. Può stargli alla pari, in questo senso preciso, soltanto la saga di James Bond. Chi non capisce il valore di questa ritualità, si perde il meglio della vita. Chi si permette di sputarci sopra, è un imbecille. Quattro sono i filoni che innervano l’ispirazione alleniana:

1) le commedie spumeggianti che lo hanno reso celebre fin dagli inizi, farcite di mitraglianti battute, e declinate in vari modi: sul versante romantico si collocano gli intramontabili Io e Annie (1977) e Manhattan (1979), meno apprezzati sono stati altri esperimenti come il frivolo musical Tutti dicono I Love You (1996) che allinea le tre città più amate da Allen (NewYork, Parigi, Venezia) in un mood che, a mio avviso, restituisce echi del Viaggio in Italia (1816/17) di Goethe, ma nessuna eguaglia la cronometrica precisione dei dialoghi di Pallottole su Broadway (1994), per niente romantica e con tanta darkness nel fondo, e la sua originale miscela di spasso e ferocia.

2) le favole ottimistiche e gentili, ma pur sempre amarognole, che disintegrano le coordinate del mondo reale per spalancare le porte al fantastico: l’esempio più riuscito è Midnight in Paris (2011), premio Oscar alla sceneggiatura, ma ha fatto epoca anche La rosa purpurea del Cairo (1985) in cui l’interazione fra finzione e realtà si regge su un fragilissimo equilibrio.

3) I drammi foschi e crudeli sulla solitudine e sulla follia, i cui numi tutelari sono registi come Ingmar Bergman o drammaturghi come Tennessee Williams. Il primo fu Interiors (1978) che fece storcere la bocca ai deficienti che delegavano ad Allen soltanto il compito di farli ridere a crepapelle per il resto dei loro giorni, e le fulgide perle di questo filone sono Broadway Danny Rose (1984), storia di un uomo troppo buono per essere rispettato in questo mondo e Blue Jasmine (2013) che narra la discesa agli inferi di una narcisista che l’attuale crisi economica impoverisce con conseguenze funeste.

4) I noir, cupe vicende di delitti e di fatalità in cui sotto l’egida solenne di filosofi come Kant, Schopenhauer e Nietzsche (e di uno scrittore come Dostoevskji) si maneggia la tentazione di dannarsi l’anima con un atto estremo e crudele: il delitto perfetto. Capolavoro riconosciuto di questo filone, ispirato al mitico Un posto al sole (1951) con Elizabeth Taylor, è il torbido Match Point (2005) al quale si può accostare il meno clamoroso Sogni e delitti (2007) che ha avviato in certi sedicenti critici la moda ancora imperante di stroncare i film di Allen senza prendersi neanche la briga di analizzarli (forse perché non si è provvisti delle necessarie competenze).

Irrational Man appartiene a quest’ultimo filone: è un noir! Lesto e cattivo, narra dell’arrivo in un campus di un professore di filosofia, Abe, che si fa precedere dalla fama di sciupafemmine, ma è in realtà diventato impotente per depressione acuta e stravizi. Attira l’attenzione di due donne: la professoressa Rita e la studentessa Jill. Vagamente modellata su Madame Bovary, Rita ha un marito buono ma noioso, sogna un uomo che curi la sua infelicità e la porti a vivere in Europa. Jill ha la forza della giovinezza, è incline all’entusiasmo e capace di stilare analisi brillanti sul senso delle cose. Abe è troppo disperato per poter aiutare Rita o per soccombere alle giovanili attrattive di Jill, ma ritrova all’improvviso il gusto di vivere il giorno in cui, dopo aver sentito casualmente in un bar lo sfogo disperato di una donna alla quale un giudice perverso intende togliere la custodia dei figli, decide di assassinare l’uomo e commettere il delitto perfetto con la stessa dedizione che un artista riserva alla sua opera. Gli basta già progettare il crimine per sprizzare energia da tutti i pori, ritrovare ogni tipo di appetito, andare a letto sia con Rita che con Jill, ma il suo piano avvia un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili che attira in un vortice sia la sua vita che quella delle due donne fino a una conclusione che non è certo quella da lui auspicata. Condotto con mano ferma e introdotto da due io narranti (Abe e Jill), il film si avvale di un trio di ottimi attori e vanta un commento musicale che, in apparenza più adatto a una commedia, ammanta il racconto di cinismo e, insieme a una fotografia calda e radiosa, crea una forma di conturbante straniamento che, divertimento a parte, pone lo spettatore di fronte a dilemmi e problematiche che scavano nel profondo: può l’esecuzione di un omicidio potenziare la gioia di vivere in chi lo commette? Quanto è rimasto nell’uomo moderno della ferinità dei suoi avi che, nella preistoria, dovevano battersi ogni giorno contro un mondo ostile per non morire? Il pubblico compensa gli sforzi del regista con un provvidenziale afflusso nelle sale, propiziando buoni incassi, mentre alcuni critici o pretesi tali, rimanendo sordi alla perizia del regista, lamentano che il film non strappa neanche una risata (come a dire che il mitico Psycho di Alfred Hitchcock è da stroncare perché la scena della doccia non fa ridere): chi non capisce niente di cinema, si astenga per favore dal parlarne.

irrational manIl film di Woody Allen “Irrational man” esce qui da noi sotto Natale, forse per rastrellare un po’ di pubblico sgomitando tra Star Wars e Pieraccioni & Co, i famosi sbancabotteghino italiano. Quello di Allen, ovviamente, non ha alcuno spirito natalizio, anzi. Non è una commedia carina, elegante e fantasiosa, un po’ baluginante com’erano le “cartoline” da mondo che ha girato anni addietro, invece si ricollega a un suo filone pessimista, che nella sua vasta filmografia ha prodotto, tra gli altri, “Crimini e misfatti” e “Matchpoint”.

Rispetto però a questi due successi, questo film si sfrangia nel finale, lasciandoci perplessi. Il tema è dostoevskiano, infatti Dostoevski è citato e la protagonista Emma Stone è pronta a dire che lo ha letto tutto: una ventenne americana di oggi! Ci sarebbe da commentare: congratulazioni! Ma Allen, che in passato avrebbe magari messo una battuta del genere, qui non ci pensa nemmeno ad alleggerire. Nelle tonalità fredde dell’immagine, nell’ambientazione quasi senza epoca (non si vedono cellulari, nessuno ha un tablet, sono anzi tutti abbigliati come negli anni ’70), il protagonista Joaquin Phoenix, bolso e panciuto, cupo, impotente, semialcolista, preda dell’istinto di morte, trova pace soltanto in un progetto omicida che dovrebbe ristabilire un equilibrio nell’umana ingiustizia e crudeltà. Ma pur essendo il suo un “delitto perfetto” (con echi da Delitto per delitto di Hitchcock), non resta impunito, e pagherà con la vita il tentativo di uccidere (come in Matchpoint) anche la sua innamorata.

Fin qui ci siamo, ma la fine non torna. Emma Stone che cammina sulla spiaggia dopo qualche tempo, ripensando a cosa è sfuggita, non quadra con il tema e i segnali del film. Perché forse quell’umana ingiustizia poteva investire anche e proprio lei che, come il professore, si fa strumento della giustizia, stavolta però umana e processuale (come stabilì l’Orestea greca con la creazione del tribunale). Ma i tribunali sono pieni di giudici avidi, spietati, cinici, pronti a decretare che una ragazza abbia potuto uccidere il suo prof in un impeto di gelosia, quando lui sta per andarsene all’estero con un’altra donna, e condannarla seguendo il famoso imperativo categorico kantiano, in mancanza di prove che il professore fosse un assassino.

 Carino il nuovo film di Allen, che diverte sollecitando un tema che penso colpisca soprattutto chi ha oltrepassato la mezz’età, e cioè la difficoltà di essere, vivere, comprendere la contemporaneità e dunque la tendenza o addirittura l’ossessione di ripensare con nostalgia al passato, idealizzandolo. Meglio ancora se è un passato che non si è vissuto e che, a posteriori, mostra tutta la sua gloria nelle arti e nella cultura.

Il protagonista, sceneggiatore aspirante scrittore, vaga dunque nella Parigi oh cara che il film mostra attraverso un caleidoscopio di cartoline all’inizio. I toni giallini delle immagini sembrano suggerire che siamo proprio dalle parti delle vecchie immagini d’epoca. Il mondo non è più così, ma quando siamo turisti in una città storica e importante, ci piace pensare che sia ancora un po’ quella della Belle Epoque o addirittura dei ruggenti anni ’20.

Il salto temporale, per lo scrittore Owen Wilson (che sa interpretare benissimo Allen, con gesti e espressioni di Allen da giovane) avviene come il passaggio di Pinocchio nel Paese dei Balocchi: a mezzanotte in punto passa un’auto d’epoca dentro cui ci sono personaggi che lo trascinano nel bel mondo del passato.

Sì, più bello il mondo di un tempo in cui gli artisti erano una compagnia povera, bella e talentuosa, mentre oggi sono tutti famosi già a dodici anni, cantando in qualche trasmissione televisiva e la profetica minaccia di Warhol o chi per lui è divenuta banale constatazione: il quarto d’ora di celebrità per tutti. Eppure, qui ci tocca stare e allora con un pizzico di speranza ci consiglia di vivere dove ci piace di più, in una città bella anche sotto la pioggia e in compagnia di qualcuno che abbia la nostra stessa sensibilità.