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Le nostre anime di notte di Kent Haruf è un altro piccolo caso editoriale. Pubblicato da Enneenne editore, ha uno strano successo, considerando che non è un thriller, non è un libro che un grosso editore spinge in libreria, e non c’è più l’autore che magari vaga per tutti e 5 i continenti a promuoverlo,

Dunque? Sta a vedere che funziona ancora un po’ il passaparola e la fiducia che si ripone nei lettori. Per esempio, io mi sono fidata del giudizio della libraia Claudia della Libreria Ubik di Mestre, e l’ho letto con piacere. Mi riprometto anzi di leggere La trilogia della pianura, e guardate ne dico un’altra: senza prestare molta attenzione ai commenti negativi, sulle solite tiritere di cos’è e cosa non è letteratura.

In questo caso, si tratta di una storia dolente, di due anziani che decidono di farsi compagnia, andando a letto insieme ogni notte: a letto, mano nella mano, a parlare, punto. Quest’azione scandalizza i vicini, ma soprattutto i figli dei due protagonisti, che arrivano a imporre la rottura e poi la lontananza. Impossibile? Non direi. La vecchiaia è tabù, e gli anziani spesso sono in balia della volontà dei figli e dei nipoti, sono controllati e rimproverati e non si tollera che facciano quel che fanno tutti, cioè si prendano le loro libertà.

Sembra che Haruf lo abbia scritto con grande foga, mancano descrizioni se non quelle essenziali, è tutto affidato a dialoghi senza virgolettato, e si ha l’impressione che sia una piece. Difatti è diventato subito un film con due meravigliosi attori senza età: Robert Redford e Jane Fonda.

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braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.

Con questa connessione ondivaga, un po’ come tutto in questo paese, cerco di lavorare. Proprio ieri leggevo di come funziona (male e a macchia di leopardo) il sistema Wi-FI, e solo grazie a gente volenterosa, carica di uno spirito d’iniziativa immenso e lodevole, contro la caratteristica più evidente del nostro paese e cioè l’immobilismo, che se vogliamo essere carini chiamiamo “tradizione”, ma che segna invece lo spirito saturnino e conservatore, terrorizzato da qualsiasi cambiamento, persino da quelli a vantaggio di tutti.

vasquezDetto questo, e scusate lo sfogo, parliamo di libri. Chissà perché a un certo punto escono titoli tutti un po’ simili. Giorni fa ho parlato de “Le cose che non ho”. Ed ecco “Il rumore delle cose che cadono” (Ponte alle Grazie) del colombiano Juan Gabriel Vasquez. Quando ero piccola, la maestra mi diceva che “cosa” non si doveva usare mai, perché termine troppo generico e bisognava sforzarsi di descrivere, di esprimere la sensazione o l’oggetto sfuggente. Magari è questo l’intento: come anche il titolo del romanzo appena uscito di Riccardo Romani: Le cose brutte non esistono, dove “cose” significa (forse) mondo, dal momento che l’autore si è ispirato a un suo viaggio in America, dove la bellezza non manca, ma francamente anche la bruttezza ha una sua decisiva parte.

Quanto a Vasques, il romanzo è deludente. Partirebbe anche bene, con un bel personaggio misterioso che l’autore decide di conoscere dopo che è stato assassinato in piena Bogotà (per intenderci, nella patria dei narcotrafficanti), ma in un periodo successivo all’esplosione di violenza tra l’esercito (lo Stato) e il famoso “cartello” appunto dei narcotrafficanti, il cui capo si chiamava Pablo Escobar. Insomma, l’indagine su una vita “minore” permette di raccontare una società che cerca di rendersi normale, come normale è il narratore, professore universitario, sposato, padre di una bambina, impelagato in una storia che lo costringe a rivedere un passato poco conosciuto del suo paese, quello di una tentata “rivoluzione pacifica” promossa da giovani idealisti statunitensi che insegnarono alla fine degli anni ’60 del secolo scorso a coltivare marjuana ai contadini per liberarsi e che innescò inconsapevolmente quel percorso finito nel traffico di droga più potente del mondo.

Una storia bella, ma lenta, prolissa. Non tutti hanno il dono di Marquez (per restare in Colombia) e neppure quello verboso, ma assai penetrante, di Philip Roth.

L’amica geniale (edizioni e/o) è l’ultimo libro di Elena Ferrante, la scrittrice che, come pochissimi autori nel mondo, vive appartatissima, mai fotografata figurarsi ripresa in televisione! Il nome stesso è uno pseudonimo, che accresce il mistero: sarà proprio una donna o chissà, forse un uomo che scrive sotto sembianze femminili?

Senonché, le storie raccontate dalla scrittrice riservata sono tutte al femminile, e toccano temi squisitamente femminili come il rapporto con la madre, la maternità, la relazione con un uomo, la separazione traumatica, e, come in questo ultimo romanzo, l’amicizia femminile, quell’amicizia esclusiva, forte, carnale, fino alla simbiosi, che soltanto le donne stringono tra loro.

La storia inizia negli anni ’50, in una periferia napoletana (Napoli è lo scenario di tutti i romanzi di Ferrante), dove due bambine diventano amiche per la pelle, ma a differenza di molte storie basate sui (buoni) sentimenti, la loro è un’amicizia competitiva, fatta di letture e studio accanito, di sfide all’intelligenza. Lila, piccola, nervosa e “cattiva”, è un genio nella matematica, ha una memoria e una capacità di apprendimento prodigiose; Elena, io narrante, è invece meno talentuosa, più disciplinata, studiosissima, ligia, ma sarà lei a proseguire gli studi fino al liceo classico che, in quella fine degli anni 50 in Italia, e in particolare nel poverissimo Sud, era considerato un traguardo irraggiungibile per il proletariato, anzi, per quella che la ragazza definisce “plebe”.

Insomma, l’amica geniale, che all’inizio pensiamo giustamente sia la strabiliante Lilia, è invece Elena: così infatti la definisce Lilia che, abbandonando gli studi, presto tralascia la lettura, la frequentazione assidua della biblioteca, per dedicarsi a una più banale, raggiungibile, scalata sociale che la vede sposarsi al giovane proprietario di una salumeria e trasformarsi, sedicenne, in una giovane mogliettina piccolo-borghese.

Sono anni lontanissimi, come si vede. Anni in cui studiare è un merito, un’attività che pochi, intelligentissimi e motivatissimi, possono vantare. Anni in cui i bambini che vivono nella periferia di Napoli non sanno cos’è il mare, non ci sono mai stati, come se il mare non bagnasse Napoli, per citare il titolo di un famoso romanzo di Maria Ortese. Ma c’è anche la voglia di emergere, cambiare, trasformare una società semi-rurale, dove la gente non ha memoria per il “prima” in un mondo moderno, dove si perdonano torti e odi da clan, si costruiscono nuovi palazzi confortevoli, si avviano attività, commerci, laboratori, per migliorarsi.

Il merito del romanzo, che come sempre succede nelle storie di Ferrante si legge d’un fiato, è proprio quello di riportarci con vivezza al nostro passato attraverso gli occhi di una ragazza che si dedica allo studio con accanimento, senza però tralasciare gli amici, la vita del quartiere, in sostanza senza tradire un’appartenenza. Il libro però è inconcluso: si tratta soltanto della prima parte di un affresco che durerà cinquant’anni. La seconda parte deve ancora uscire.

Attendiamo fiduciosi con due piccolissimi appunti per l’editore: un’attenzione maggiore ai troppi refusi e una copertina migliore. Oggi pagare 18 euro per un libro del genere è abbastanza seccante: se non si sceglie la versione digitale, che almeno quella cartacea sia bella, valevole della spesa.