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Libere disobbedienti innamorate è il titolo un po’ fatuo del bel film della regista palestinese Maysaloun Hamoud, che racconta di tre giovani donne a Tel Aviv, tre palestinesi che mostrano facce diverse dell’essere donna araba, oggi.

Leila è un’avvocata brillante, sexy e bella, che passa le notti nel tipico sballo metropolitano che accomuna Tel Aviv alle città occidentali; Salma è una dj di famiglia cristiana ortodossa, che condivide con l’amica le notti allegre, oltre che l’appartamento. Infine Noor, la nuova coinquilina, è una musulmana osservante, con tanto di velo e camicione che la copre dal collo ai piedi, studentessa e fidanzata con un uomo molto religioso.

Il titolo originale, in inglese, è In Between, Nel mezzo, ed è assai significativo. Non soltanto per la condizione di queste ragazze, che, oltre ad essere palestinesi dentro Israele (cioè appartenenti a un popolo senza stato dentro uno stato che non permette un’integrazione) sono donne che vogliono essere libere e dunque si scontrano con le famiglie (Salma, omosessuale, viene minacciata di essere rinchiusa in manicomio dal padre), con la violenza degli uomini che prima di tutto esercitano la sopraffazione sulle donne (come il pio fidanzato che violenta Noor) e con la cultura patriarcale da cui non sfugge neppure il liberal, moderno compagno di Leila, che dalla sua donna si aspetta di mantenere il decoro.

Ma è significativo, questo titolo “Nel mezzo”, anche per noi italiani, se ricordiamo ancora l’eco dell’inizio folgorante del nostro poema antico, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, perché è lì che noi tutti siamo, quando manca la comprensione, quando siamo addolorati e incerti, quando le nostre istanze di libertà umana, di persona, vanno a configgere contro muri di ostilità ideologica, tradizionale e arcaica.

 

 

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GiudaCi sono scrittori che riescono a coniugare comunicazione e letteratura, popolarità e contenuti complessi, grazie al tocco magico della loro narrazione che non scende a patti con la volgarità commerciale, ma sa attraversare il muro di quella volgarità nelle crepe che ancora l’arte riesce a scavare, e arriva a commuovere e far riflettere i lettori che ancora cercano – e hanno bisogno – di una buona letteratura.

E’ il caso di Amos Oz, lo scrittore israeliano che racconta con leggerezza e lentezza, e che in questo suo ultimo libro, lo stupendo “Giuda” (Feltrinelli, traduzione magnifica di Elena Lowenthal)) colloca i suoi personaggi nel 1959, a una decina d’anni dalla fondazione dello stato d’Israele, per ritrovare le radici di quel male che nel tempo si è ipertrofizzato e atrofizzato, quella frattura tra due popoli divenuta abisso e oggi esibita nel muro che divide Israele dai territori palestinesi, costringendo migliaia di persone ad attraversare ogni giorno una frontiera blindata.

Ma Oz non racconta soltanto del suo paese e della sua genesi, ricordando la discussione tra parti diverse, tra chi voleva uno stato a tutti i costi e chi non voleva alcuno stato, racconta una storia più antica, che da una frattura fece scaturire un’altra religione, potentissima e avversa all’ebraismo in cui era nata e cioè il cristianesimo. Lo racconta dal punto di vista di Giuda, il traditore, mostrato come il discepolo più colto, più ricco, il più scettico e infine il più convinto, il sostenitore più acceso, il maggior credente. Naturalmente questa storia, che è un’interpretazione, è raccontata attraverso una tesi di laurea che non sarà mai discussa, perché il protagonista si perde nella sua storia personale, in un amore impossibile e in un paese che sta nascendo espandendosi nel deserto.

Dicono tutti che oggi il thriller è il genere che racconta l’allegoria sociale della contemporaneità. Può darsi. Però non basta l’allegoria, ci vuole il tocco magistrale di un mago come Oz.

Di cosa parliamo quando parliamo di scrittori? Scrittori di un libro, un reportage, un’autobiografia, di articoli su giornali locali oppure di un rosa scritto a quattro mani o un giallo fantascientifico, scrittori autopubblicati e autopromossi, scrittori di scritture di ogni genere e tipologia.

Scrittori pubblicati da piccole medie o grandi case editrici, scrittori incensati, scrittori premiati, grandi comunicatori, scrittori-prodotti sicuri, scrittori di mestiere, ma ormai tutti parlano di mestiere anche chi non ha molto idea di che razza di mestiere sia.

Poi legenglandergi un libro come questo, un libro di racconti e capisci la differenza tra essere scrittori per caso o per vanità ed essere scrittori per mestiere e vocazione. Sto parlando di “Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank” di Nathan Englander (Einaudi 2012), un autore di calibro, che ci racconta belle storie, riuscendo a miscelare una narrazione contemporanea a una narrazione sulla falsariga della leggenda, sulla scia di Singer.

Così, bellissimo il racconto che apre la raccolta e che cita il celeberrimo (ma oggi temo che nessuno sappia più cosa sia) racconto di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, offrendoci riflessioni sull’identità e la memoria in noi occidentali, ebrei e non. Bellissimo il racconto di una famiglia di coloni ebrei in Israele-Palestina, dove resta solo la madre vedova e senza figli, tutti uccisi nel perenne conflitto tra due popoli irriducibili.

Per quanto mi riguarda, poi, che dire del piccolo capolavoro dell’autore anziano che gira le librerie a fare reading per un solo, implacabile lettore che lo segue dappertutto e lo incita a leggere anche se in sala c’è soltanto lui? Fantastico, struggente, mirabile, ricorda il tocco magico di un grande italiano: Italo Calvino.

 

Non è una novità, però lo è. Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck è stato pubblicato quattro anni fa, ma l’edizione in formato e-book è di adesso, dunque ecco una novità elettronica.

E poi mi domando sempre di più perché i romanzi abbiano una vita così breve, così effimera, legata all’anno di pubblicazione. Mi chiedo perché tutto il pubblico dei lettori si debba trasformare in una massa di critici letterari che devono leggere sempre l’ultima novità per parlarne, per lanciarla. Il libro, poi, che ha bisogno di tempi lunghi, del famoso passaparola per cui si va a cercalo anche dopo un po’ di tempo, forse anche dopo anni.

Soprattutto per la letteratura. Soprattutto per storie che non hanno un riferimento diretto all’attualità, ma come questo memoir di Edith Bruck raccontano una storia dentro la più grande e tragica Storia del Novecento. E ogni volta che leggiamo una vicenda legata alla Shoah, la storia di un sopravvissuto, come l’Anita quindicenne scampata ad Aushwitz di questo toccante romanzo, ogni volta scopriamo un piccolo frammento in più di quel puzzle di sofferenza e violenza, che ebbe un identico  funereo scenario, per migliaia, milioni di anime con la loro distinta unicità.

In più, la storia di Anita ci colpisce perché così vicina alle donne, alle ragazze ancora oggi abusate e maltrattate. Proprio lei, sopravvissuta al lager e ancora bambina, è vittima dell’abuso di uno zio, indifferente alle sue ferite di internata, e anzi sordo, come altri intorno a lei, ai suoi racconti strazianti, che la ragazza può sussurrare soltanto a un bambino di pochi mesi, nel quale finalmente può vedere la speranza del rinnovarsi della vita.

E per fortuna arriva il lieto fine: il viaggio dalla Cecoslovacchia misera di questo inizio di dopoguerra verso la Terra Promessa, lo stato di Israele che si sta costruendo e che oggi a volte si dimentica cosa sia e da cosa sia nato.

E il topo rise (Atmosphere Libri, 2012) è un romanzo “frame” della scrittrice israeliana Nava Semel, un testo composto da parti narrative, poesie che compongono la storia di una sopravvissuta alla Shoah. All’epoca dei rastrellamenti nazisti era una bambina di cinque anni, e fu nascosta in un pozzo sotto terra da contadini.

Sembrerebbe una fiaba, difatti Semel si avvale di diversi registri narrativi, tra i quali anche la leggenda. Come le più antiche e popolari fiabe, è una storia atroce, orrenda, piena di mostri. Per cominciare la famiglia di contadini, spietati e avidi, che tengono la bambina dietro pagamento. Non bastasse, la piccola subisce anche la violenza del figlio dei contadini. Come nelle fiabe, c’è un animale totemico, il topo, nel quale la bambina, dapprima terrorizzata, finisce per identificarsi. E come nelle fiabe c’è un lieto fine, anche se la felicità non apparterrà mai alla bambina divenuta donna.  Un sacerdote la salva, ci sarà un futuro per lei, vivrà in Israele, avrà figli e alla nipote infine raccontera, frammentata e spaventosa, la sua storia.

Semel avverte il lettore fin dalle prime pagine: “Non si tratta di quel genere di storie amate dal pubblico. Invece di una vecchia signora, date loro qualcosa di più leggero e ottimista, con una trama avvincente (…) Il pubblico del nuovo millennio emette il proprio giudizio in fretta. Dice di aver l’impressione di aver sentito abbastanza. Il mondo è pieno di storie, una storia vale l’altra (…)” Sembra proprio di sentir parlare certi esperti di marketing, certi responsabili editoriali. O la propaganda di una dittatura mediatica in cui storie e temi sono decisi e offerti come prodotti, manipolando l’opinione e anche le impressioni, le emozioni della gente.

Nel nuovo millennio, questa storia, la storia di una persona segnata dall’orrore, parte di una comunità immensa di persone straziate e persone scomparse, diventa una specie di mito. Ed ecco, nella parte finale del libro di Semel, il mito rivelarsi verità storica con il ritrovamento di un diario, per ricordare a tutti che le parole scritte e tramandate possono orientarci e ristabilire quel principio di realtà che nella confusione di storie che “valgono una l’altra” a poco a poco svanisce.