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Archivio mensile:giugno 2017

Durante gli incontri con i lettori (grandi e piccoli), molti chiedono se ci sarà un seguito della storia. A volte penso che ormai le persone siano abituate alla serialità sia televisiva che letteraria, ma una spiegazione mi arriva da Proust (qualcuno ancora sa chi è, altrimenti, prego digitare su Google):

“Una della grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “conclusioni” e per il lettore “Incitamenti”. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto ciò che egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma per una legge singolare e provvidenziale dell’ottica spirituale – legge che significa forse che la verità non possiamo riaverla da nessun e che dobbiamo cercarla noi stessi – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: in modo che, proprio nel momento in cui hanno detto tutto quanto ci potevano dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero per niente: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono soltanto significative di  sentimenti personali.”(Marcel Proust, Giornate di lettura, Einaudi, 1958)

Non sarebbe questa una bella traccia per un tema della maturità?

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Memoria di ragazza (edizioni L’Orma, 2017) ricalca nel titolo il celebre Memorie di una ragazza per bene di Simone De Beauvoir. Credo che Annie Ernaux ne sia stata consapevole, per raccontare di un sé diciottenne, nel lontanissimo 1958, riesumando un avvenimento cruciale, che costituisce il fulcro di una lunga, profonda riflessione sulla costruzione della consapevolezza di sé e della relazione con gli altri.

In pagine di impressionante lucidità, dove l’autrice mette a nudo la propria inesperienza e il senso di disadattamento, la più che legittima voglia di libertà e di esperienza, in quegli anni intollerabili nelle ragazze, che dovevano attenersi a un rigido codice sociale, Annie Ernaux fa della propria biografia un’altissima elaborazione di scrittura e un esempio femminile pre femminista, che con appunto De Beauvoir e il suo folgorante “Il secondo sesso” prese coscienza della propria specifica condizione.

A che scopo scrivere d’altronde” riflette l’autrice “se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione – psicologica, sociologica o quant’altro – una cosa che sia il risultato del racconto stesso e non di un’idea precostituita o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere – a sopportare – ciò che accade e ciò che facciamo.

Fa molto bene leggere queste considerazioni (e ve ne sono molte sulla scrittura, sul suo percorso) proprio ora in cui scrivere sembra un atto gratuito, un hobby, il divertimento di chi fa magari un mestiere noioso o deludente o lo considera una sorta di riscatto da frustrazioni, a meno che non sia un mestiere che spesso parte proprio da un’idea precostituita (il “tema”) o da un progetto editoriale, qualcosa che non svela mai, ma casomai sopisce, che si adegua alle mode, alle esigenze del pubblico, a divertire, anzi evadere, non tanto dalle tribolazioni quotidiane, ma proprio dal pensiero.

Il film italiano più bello dell’anno, Tutto quello che voglio di Francesco Bruni,  l’ho visto in un orrido cinema d’essai senza aria condizionata e con le poltroncine di finto vellutino, nelle peggiori condizioni quindi per godersi uno spettacolo.

Ma il film è coinvolgente al punto che riesci a uscire dal corpo tormentato dall’ultima sala di stampo brechtiano (mi riferisco alla teoria per cui lo spettatore doveva essere sempre cosciente di sedere in teatro, quindi non stare comodo, figurarsi sparapanzato) e fatti trascinare dentro una bella storia di incontro tra generazioni ormai sideralmente lontane quali un anziano ultra ottantenne, poeta e minato dall’Alzheimer, e un ventenne NEET (not in education employment and training) di oggi, che cammina pericolosamente lungo quella linea sfocata di confine con la delinquenza, fatta di piccolo spaccio e pestaggi, alimentati da una rabbia cieca.

Uno straordinario Giuliano Montaldo presta la sua personalità all’anziano poeta che ricorda Mario Luzi, toscano e autore di magnifiche poesie anche sulla seconda guerra mondiale (inoltre, senatore a vita e amico di Sandro Pertini) una guerra che i giovanissimi di oggi devono andare a cercare sul web, perché chi ricorda una data, un nome? Ma il contatto non tanto con la poesia (che c’è nei libri di scuola come testimonianza del passato), quanto con il corpo del poeta, la sua biografia, le sue parole, trasformano un ragazzo ignorante in una persona sensibile, più consapevole e infine pronta ad aprirsi all’altro, a innamorarsi, a chiedere scusa e a saper trovare le parole per le emozioni.

Interessante e divertente che le poesie di stampo classico e un po’ “alla Luzi”, siano state scritte da Simone Lenzi, leader dei Virginiana Miller e scrittore, che appare nelle vesti del parroco officiante il funerale, al termine del film.

Peccato per il titolo di questo bel film che porta fuori strada, rispetto al tema relazionale. Avrei preferito qualcosa sul genere “Io e il poeta”, ma forse i produttori alla parola poeta si terrorizzano, senza sapere che la poesia va molto di moda: vadano a sentire un reading di Catalano, e capiranno.

L’Italia è l’approdo di una parte del mondo che scappa da guerre e violenze, miseria, morte, e si butta in mare da oltre venticinque anni. Perché è da oltre un quarto di secolo che stiamo parlando di “emergenza” e non di un esodo continuo, condotto da trafficanti di uomini, protetto da criminalità, utilizzato nelle propagande politiche di ogni tornata elettorale, per essere ancora lì sotto i nostri occhi assuefatti, che  non vogliono più guardare.

Davide Enia, drammaturgo e romanziere, siciliano, ha scritto su questa nostra lacerante storia un libro molto bello, Appunti per un naufragio (Sellerio 2017), che esorterei a leggere soprattutto chi amministra città, chi governa e si abbandona alle solite sciocchezze da bar, anziché affrontare con coraggio, visione positiva, responsabilità e autorevolezza un grande fenomeno globale, in cui l’Italia si trova ad essere protagonista per il salvataggio delle vite in mare. E vi garantisco che c’è da piangere quando si rilegge cosa fa la nostra Capitaneria di Porto, vengono i brividi quando in mezzo al mare, in un battello dove metà dei componenti sono cadaveri putrefatti, finalmente si vede profilare la nave italiana, che non abbandona né fugge, ma va dritta a salvare i superstiti.

Enia mescola racconto di cronaca nell’isola-zattera Lampedusa (dove, come scrive, non è corretto dire che “sbarcano” ma “approdano” i fuggitivi) a riflessione autobiografica, alternando il viaggio come fuga al viaggio interiore come consapevolezza, e ricorda che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità”, la verità di chi è scappato, che un giorno racconterà com’è andata, qual era “l’esatto prezzo della vita in quelle latitudini del mondo”.

 

 

Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

Oggi pubblico il testo di Alice Bracciali, 13 anni, su un amore davvero speciale:

Ho sempre pensato che l’amore fosse una cosa frivola, soprattutto a questa età. Che un fidanzato non serve a niente, che un amico è davvero meglio, perché ti fa ridere e ti fa compagnia senza che tu abbia impegni particolarmente vincolanti verso di lui.
Tutto questo fino al giorno in cui l’ho conosciuto.
Voglio essere sincera, a primo impatto mi è stato antipatico, non faceva per me. Sembrava finto, con quel sorriso di plastica e quelle mani di carta.
Non era tanto facile evitarlo: tutte lo veneravano come una cosa bellissima. Ed effettivamente lo era, ma io dovevo essere diversa. Non potevo cadere in quella trappola, perché prima o poi mi avrebbe lasciata, come tutti gli altri.
Non dovevo guardarlo e non dovevo curarmi del suo profumo; le sue mani di carta mi avrebbero fatto male.
Era troppo diverso da me.
Mattina dopo mattina, gli passavo davanti, certe volte anche il pomeriggio. Lui era sempre lì e mi guardava finché non scomparivo in mezzo alla gente.
Forse già un po’ mi piaceva, forse era solo curiosità.
Non voglio sembrare pazza, ma lui mi perseguitava. Lo sognavo la notte, e quando gli passavo davanti mi si attorcigliava la pancia.
Avrei dovuto dar ascolto ai miei genitori e trovarmi un’amica: avrei potuto raccontarle tutto ciò.
Un giorno mi feci coraggio e gli parlai, mi feci accarezzare le guance dalle sue mani di carta e il suo sorriso di plastica mi rapì.
Stette con me qualche settimana e mi fece innamorare, per la prima volta sul serio.
Era diverso da me e da tutto ciò che potevo immaginare, non era ”come’,’ non era ”tipo”, era lui e basta.
Ed io ero io, non ero speciale o unica, ero semplicemente una ragazza con un amore nelle mani.
Come sapevo già le sue mani di carta alla fine mi tagliarono.
Gli passo sempre davanti, ma ora lui è in un posto diverso.
Ogni tanto rispolvero la nostra storia, la storia che ho amato più di tutte.
Eravamo davvero troppo diversi, io ero troppo io, e lui era semplicemente troppo lui, eravamo destinati a durare poco. Se ne è andato, ma io ho fatto diventare una relazione… una vera e propria dipendenza.
Forse ho sbagliato a farmi amico quel libro per poi innamorarmene disperatamente.

The Wonder (Little, Brown and Co., New York, 2016), ovvero La meraviglia o meglio ancora “Il prodigio” come titola l’edizione italiana, è l’ultimo appassionante romanzo di Emma Donoghue, l’autrice di “The Room”, storia impressionante e basata su una vicenda reale, diventata di recente un film.

Probabilmente anche The Wonder avrà una versione cinematografica, perché alla fine le storie della Donoghue si prestano benissimo alla traduzione in film: pochissimi personaggi, che si muovono in un piccolo ambiente. Anche qui, siamo spesso dentro una stanza, quella di Anna, la bambina in odor di “miracolo”che sembra possa vivere senza mangiare, dove arriva la scettica infermiera Elizabeth Wright, detta Lib: non un’infermiera qualsiasi, ma una delle donne formate da Florence Nightingale per accudire i soldati britannici in Crimea. La differenza è sostanziale, perché siamo nel 1920 e le donne non possono ancora studiare, né avere voce in capitolo neppure nelle cure di una bambina, e il comportamento, la volontà, la caparbietà di Lib sono eccezionali.

Ma ancor più eccezionali sono la sua astuzia e la capacità di sfruttare il pregiudizio sulle donne, sulla loro emotività e l’incapacità di gestire situazioni delicate, per riuscire nel suo piano che non posso rivelare, per non rovinare la sorpresa di un bel romanzo a sfondo storico, ben ambientato, ben costruito, che ci permette di riflettere sulla superstizione e il fanatismo, estremismi di tutte le religioni quando si mescolano con l’ignoranza e l’insensibilità.