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Archivio mensile:marzo 2014

florisUn po’ in ritardo sulla tabella di marcia delle rimembranze giovanili, arriva il giornalista di successo Giovanni Floris a ricordare gli anni Ottanta del vecchio secolo, con un romanzo (Il confine di Bonetti) su un gruppo di ragazzi che, sembra, solo s’ispirano alla sua giovinezza, ma poi sono frutto di invenzione.

Eh già.

Ma ieri sera Daria Bignardi lo ha graffiato a tradimento. Il povero Floris era andato in trasmissione (le invasioni barbariche) incautamente convinto di lanciare il suo gran romanzo di formazione in ambiente protetto, da una collega, una giornalista che si diletta ogni tanto di incursioni nel romanzo. Ma la perfida ha chiesto: “parli solo di sesso?”, ha letto pagine imbarazzanti, ha dato l’impressione che Floris il bacchettatore di impuniti politici in tivvù fosse come al solito dedito a pubbliche virtù e privati giovanili intemperanze.

Mi chiedo solo come mai a personaggi famosi e già premiati dai media, già scrittori peraltro (di saggi), non basti mai. Quando il loro ego dirà “vabbé ora basta?” Se proprio volessero dimostrare a se stessi di essere romanzieri, avrebbero modo di pubblicare anonimi, ma a quel punto dubito che il grande editore accetterebbe. In fondo, il fatto che Floris sia famoso è già una garanzia. Ma a quanto pare anche qualche giornalista è stufo di cantare lodi a prescindere, a tutela di una corporazione.

Con tutto, insomma, Floris mi ha fatto un po’ pena.

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half badMancava solo Jep Gambardella ieri sera all’aperitivo o forse apericena offerto dalla Penguin in un locale di Bologna in occasione dell’uscita del libro Half Bad in Italia, in contemporanea in 47 paesi. Che sballo! Musica a tutta manetta e tutti a bere e ridere, forse ballare dopo un po’, non saprei. Io me la sono filata, già ero entrata di soppiatto e com’è noto non mi diverto per nulla in questi riti da false vacche grasse.

Perché sì, tutti sempre a lamentarsi e pietire, in ambito editoriale, in particolare nei piani alti della grande editoria, ma poi pronti subito a sborsare cifre da capogiro in aste da decine di migliaia di euro per volumi fantasy di esordienti già in odor di best seller, anzi già best seller, infatti vendono diritti a caro prezzo in mezzo mondo, a scatola chiusa. Immagino che il direttore marketing nottetempo preghi padre Pio perché il libro venda qualche decina di migliaia di copie, almeno per coprire l’anticipo, per carità!

Sicché siamo proprio sicuri di affrontare e battere la crisi, anzi la frana, della lettura in Italia con le solite operazioni blockbuster? Spendendo tutti i pochi soldi in quel titolo perché mica si può tirarsi indietro quando si vede che già venti, venticinque, anzi trenta, oddio trentacinque, aiuto quaranta paesi hanno già comprato e manchiamo solo noi? Noi che come si sa leggiamo a milioni, siamo un esercito di lettori che non vedono l’ora di strapparsi di mano la storia del figlio di una strega buona e uno stregone cattivo, che non sa se è buono o cattivo, Madonna che dilemma pazzesco…

Nel frattempo, in un libro appena uscito o che sta per uscire, di un’esordiente americana, c’è il figlio di un vampiro buono e di uno cattivo che, pensate, non sa se è buono o cattivo. Non so il titolo, può darsi che sia Half Good, così il cerchio si chiude. Ma padre Pio credo che dispensi una sola grazia, vedremo a chi.

 

 

copFabrizio Silei è uno scrittore come si dice “per ragazzi”, ma sarebbe meglio togliere l’etichetta a certi autori che vanno oltre i ragazzi, che più semplicemente raccontano il mondo di oggi dove i ragazzi e le ragazze hanno una parte fondamentale e non relegata a tristi fatti di cronaca o emergenze.

E’ il caso di questo bel romanzo, “Katia viaggia leggera” (San Paolo) dove Silei racconta di una ragazza di quattordici anni, Katia appunto, che viaggia per l’Italia con sua mamma, divorziata e precaria e presto al seguito di un uomo affascinante quanto misterioso, che vive di truffe e furti, giustificando il proprio comportamento e riuscendo anche a convincere le due donne a essere sue complici, con un discorso assai condiviso nel nostro paese e cioè che tutto è truffa, tutto è inganno, tutti imbrogliano e raggirano, per primo lo Stato che non si cura di offrire opportunità e dunque costringe tutti a barcamenarsi.

In questo romanzo “on the road” italiano, Katia sogna e pretende una vita normale: andare in una stessa scuola, avere una famiglia, avere amicizie durature, innamorarsi. Potrà cominciare a farlo a Palermo, dopo aver attraversato tutta l’Italia, benché proprio a Palermo si attui la truffa più grande in cui è costretta a giocare un ruolo da protagonista. Ma proprio perché non è tipo da subire, Katia riesce a prendere in mano la sua vita, liberando sua madre e se stessa dall’invisibile prigionia in cui sono state rinchiuse e avviando un’alternativa legale e costruttiva al suo futuro. Insomma, un lieto fine perché appunto siamo dalle parti del libro “per ragazzi”. Però non un finale scontato, anzi: sorprendente, commuovente, soprattutto verosimile in mezzo a tante, troppe fughe dalla realtà.

EditorsEccoli qui: sono gli Editors (carino: significa redattori), la band di Birmingham che quest’anno verrà in tour in Italia. Sono bravi, trovo. Con il ritardo dovuto al mio non essere teen (e dunque non riesco a stare al passo) sto ascoltando un po’ maniacalmente (come faccio quando mi piace qualcosa) The Weight of Love (il peso dell’amore), l’ultimo album uscito a giugno 2013.

Lo so, c’è un po’ di Coldplay e di Oasis, ma la voce di Tom Smith è più bella di quelle di Chris Martin o dei Gallagher, a momenti ricorda Bruce Springsteen. Comunque, che barba anche i confronti. E’ buona musica, di stampo british, e averne noi di gente che scrive e suona pezzi del genere, soprattutto averne di produttori che investono in bravi musicisti anziché in tristi factory televisive.

 

ThaisIn queste ore, gran subbuglio a Palazzo! La discussione segue la traccia del tema che Roberto Benigni propose nel suo film “Berlinguer ti voglio bene” (dunque quarant’anni fa!) e cioé: pole la donna competere con l’omo? tradotto: può la donna competere con l’uomo?

Siamo sempre lì a chiedercelo, cioè loro a chiederselo perché personalmente competo non tanto con l’uomo ma dentro un mestiere da più di vent’anni e da scrittrice cerco di evidenziare quel problema ancora incistato nella differenza di genere, quello della disuguaglianza sociale che gioca sull’ambiguità della ovvia differenza fisica e energetica. Che le polarità siano due sembra tanto ovvio e che la complementarità sia necessaria molto sbandierato, ma poi, quando si arriva al dunque e cioè alla necessaria spartizione del potere e anche delle responsabilità, qui casca l’asino. Che, purtroppo, è maschio: si protesta che si devono valutare le competenze e non il genere, così guarda caso sono sempre di più gli uomini sapienti delle donne che pure studiano ed eccellono, ma nelle liste non ci sono mai, a meno che non siano liste tipo: rappresentanti scolastici, accompagnatori in gita dei bambini o degli anziani, presidenti di enti di beneficenza o di casalinghe, disperate o realizzate.

Già che si va a merito, com’è giusto, perché non mettiamo gli uomini, tanto bravi, rappresentanti di classe degli asili nido e le loro mogli a riposarsi in qualche consiglio di amministrazione di enti o aziende? Così avremo una giusta parità, sui contenuti, tutti, anche quelli che volentieri si delegano alle donne.

 

poppinsNon era geniale questo gingle di Mary Poppins? Con un poco di zucchero la pillola va giù… e poi l’indimenticabile Supercalifragilistichespiralidoso, Can Camin, canzoncine che hanno accompagnato l’infanzia di tutti, non so se ancora oggi, ma nello scorso secolo di sicuro. L’abilità della ditta Disney fu infatti di trasformare in un musical un libro che in sé non era poi questa gran cosa, io credo di averlo trovato anche un po’ noioso, pensato più per scopi pedagogici che non di intrattenimento. Ma non considero quest’ultimo termine come negativo, anzi. Io adoravo il film Mary Poppins, mi dava ogni volta (dunque rivelo di averlo visto tantissime volte) una sferzata d’immaginazione.

Saving Mr Banks, il film che la produzione Disney ha realizzato su un’accoppiata quasi impossibile e cioè Walt Disney e Pamela Travers, l’americano ottimista e allegro e l’inglese acidina e severa, pecca proprio nel trasformarlo un po’ in una pillola. Il film è magnifico con un cast superbo (Tom Hanks ottimo, Emma Thompson perfetta), fotografia bellissima, immagini scintillanti. Ma l’indulgere nello psicologismo, con Disney che s’improvvisa quasi psicoterapeuta, a mio parere riduce tutto al solito meccanismo di drammi familiari e relazioni irrisolte o colpevoli con il padre, con un magnate del cinema che viene a risolvere tutto in quattro e quattr’otto. Questa è una pillola che sinceramente a me non va di buttar giù.

grande_bellezzaSono andata a leggermi qualche critica su La grande bellezza di Paolo Sorrentino pre-Oscar. Una faccenda penosa.

Credo che si cada sempre nel contenutismo, pericolosissimo nel caso di un regista mai realista, invece surreale e bravissimo a rendere simboliche le sue inquadrature geometriche, che francamente più che Fellini mi hanno ricordato Pasolini, e Bunuel per appunto il surrealismo, l’astrazione.

Capisco perciò che i suoi film siano di comprensione internazionale, perché il ragionamento non è sociale, non è sulla Roma d’oggi, sullo sconforto della vita contemporanea (come fece Fellini ne La dolce vita), ma casomai sullo stato dell’arte e la Roma che appare è quella eterna, di “grande bellezza” appunto, scenografia metafisica, eterea, su cui si stagliano le piccolezze delle umane vicende, ma soprattutto dell’arte piccolissima di oggi, fatta di performance autoreferenziali, egocentriche e prive di comunicazione, ad uso di un piccolo pubblico di addetti ai lavori, lontanissime dunque dal mondo, dalle persone.

Ma credo che già questa mia interpretazione sia parziale e non renda merito a un film bellissimo e melanconico, dove il rito del funerale assume la massima spettacolarità, rispetto a tutto ciò che è effimero eppure ripetitivo, le feste e i balli notturni, i discorsi fatui sulle terrazze lontane dalla gente normale che non c’è, è “fuori scena”.

Oggi si va al cinema per vedere commedie o thriller o film fracassoni o distopici o di denuncia. Si va per chiudersi nel genere. Invece Paolo Sorrentino non è riconducibile a nessun genere, nessuno schema, nessuna citazione benché si scomodino appunto Fellini o Pasolini o Malik. Ha una cifra inconfondibile, che ci libera dal soffocamento del marketing culturale.