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Archivio mensile:aprile 2015

bestiarioBuffo. In questo mese escono ben due guide “non guide” su Napoli, oltretutto di due autori di tutto rispetto: Antonio Pascale con il suo “Non scendete a Napoli” (Rizzoli) e Antonella Cilento con il “Bestiario napoletano” (Laterza). Due modi assai diversi di raccontare e confrontarsi con una città molto narrata, molto amata e molto odiata nel tempo anche da massimi artisti e intellettuali di tutto il mondo, una città indubbiamente meravigliosa, patria di quasi tutto, dal cibo alla musica alle rivoluzioni, e città germinante miseria e disgrazia, un posto dove è meglio “non andare” come consiglia ironicamente Pascale nella “controguida” brillante, eppure bisogna assolutamente andare, soprattutto mentre si legge il ricco, fecondo e sorprendente volume di Cilento.

Perché, se Pascale ci chiede di abbandonare il sentimentalismo che dipinge una città olografica, la passione e la conoscenza profonda della città di Antonella Cilento ci fanno innamorare di nuovo di quelle strade dove passeggiano “scarrafoni” e “zoccole”, cariche di lapidi di tutti quelli che vi hanno abitato segretamente, da Goethe fino a Sandor Marai, dove ogni pietra può raccontare una storia, che a differenza di altre città italiane illustri è anche una storia femminile, dove le donne hanno contato e molto, hanno costituito le fondamenta dell’emancipazione e della realizzazione femminile.

La Napoli di Antonella è antica, con i suoi palazzi abitati da fantasmi, ed è contemporanea nei suoi personaggi della vita notturna e del divertimento, una Napoli di pr dei locali e di gigolò accanto alla Napoli del volontariato, dell’accoglienza di migranti, della cultura di librai irriducibili e di insegnanti valorosi che lavorano con passione e fierezza da decenni nei rioni più difficili. Tra le bestie di una “terra incarognita” ci sono molte, commuoventi, “bestie rare”.

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veltroniI bambini sanno è un film-documentario sulla scia dei meravigliosi documentari girati negli anni aurei del cinema, quando chi li realizzava era Pasolini, per esempio o anche Comencini (I bambini e noi). E al cinema italiano porge un doveroso omaggio con una carrellata di corse di bambini, tratte da tanti film che abbiamo amato.

Poi, però, c’è l’oggi che mostra il grande cambiamento avvenuto negli ultimi vent’anni: figli di immigrati provenienti da tutto il mondo, figli di famiglie talmente allargate che non si ricordano neppure quanti fratelli hanno, ragazzini che si professano di diverse religioni, anche atei, che discettano su tutto, anche su temi che sembrerebbero non riguardare i bambini, come la disoccupazione, la crisi, e temi che si vorrebbero tenere nascosti ai più giovani, come l’omosessualità, su cui invece i bambini intervistati hanno idee piuttosto chiare di rispetto e libertà.

Certo, il docufilm di Veltroni non è sociologico, per carità: la scelta di un girato immenso che focalizzi certi argomenti e che riporti anche le parti più umoristiche, e quelle filosofiche un po’ alla “Piccolo Principe” ne fa un film personalissimo, che punta sulla tolleranza, l’apertura, la speranza, e la comprensione che ancora esistono e che i bambini possono far emergere. Non è un film “per” bambini però:perché mostra soprattutto a noi adulti come ci si rivolge ai bambini, come si ascoltano e s’interpellano, come si rispettano i loro punti di vista e i loro sentimenti. Anziché allevarli come insaziabili consumatori e affidarli alla TV e alla playstation.

dimenticasidebarEcco i dodici finalisti al Premio Strega:

Il paese dei coppoloni (Feltrinelli) di Vinicio Capossela

La sposa (Bompiani) di Mauro Covacich

Storia della bambina perduta (e/o) di Elena Ferrante

Final cut (Fandango) di Vins Gallico

Chi manda le onde (Mondadori) di Fabio Genovesi

La ferocia (Einaudi) di Nicola Lagioia

Il genio dell’abbandono (Neri Pozza) di Wanda Marasco

Se mi cerchi non ci sono (Manni) di Marina Mizzau

Come donna innamorata (Guanda) di Marco Santagata

Via Ripetta 155 (Giunti) di Clara Sereni

XXI Secolo (Neo) di Paolo Zardi

Dimentica il mio nome (Bao Publishing) di Zerocalcare

Di questi libri, io che mi considero una discreta lettrice, ne ho letti due, degli altri conosco i nomi di cinque autori. Ma visto che ormai si legge poco e male e che questo premio ha dimostrato di volersi rinnovare, bene: lo faccia fino in fondo e abbia il fegato di proclamare vincitore Zero Calcare.

leggoTra una decina di giorni (23 aprile) si celebrerà la “giornata del libro” con alla mano i dati catastrofici della lettura in Italia, franata spaventosamente nell’ultimo anno (sembra che siano svaniti ottocentomila lettori, una rotta pari a Caporetto). Che c’è da celebrare, allora? La memoria di quando si leggeva?

Alcuni articoli, come quello molto bello di Nicola Lagioia su Internazionale parlano però di “altra Italia”, dove ci sono i librai intrepidi, gli scrittori dediti al volontariato, gli insegnanti coraggiosi e i tanti che cercano di puntellare la rovinosa caduta. Devo però dirvi, dal mio piccolissimo osservatorio, che questi bravissimi e coraggiosi promotori del leggere, che comprendono in primis i bibliotecari, ci sono da almeno vent’anni e da vent’anni gridano nel deserto che i lettori stanno scomparendo. Sono vent’anni infatti che viaggio per l’Italia, nelle scuole, biblioteche e librerie, facendo un lavoro faticosissimo insieme a insegnanti e operatori testardi come me e sostanzialmente poco o nulla considerati, anzi, demoralizzati.

I segnali della caduta c’erano da un bel po’, perché la pedagogia della lettura si fa a scuola e se alla scuola si toglie tutto, compreso il piacere di insegnare, allora ci si domanda da dove e come dovrebbero spuntare nuovi e motivatissimi lettori, lettori di letteratura e non semplici consumatori di ricettari o barzellettari o effimeri successi anglo-americani. Già da alcuni anni amici insegnanti mi confessavano che non possono permettersi di comprare libri, e mantenersi informati. Certo, esiste la biblioteca, ma già che c’eravamo, abbiamo tagliato un po’ anche lì e i bibliotecari devono con fatica mantenere le collezioni aggiornate. Inoltre: la biblioteca è un presidio e sostiene l’informazione e la formazione anche dei docenti, ma che un insegnante non possa comprarsi almeno un libro alla settimana non è soltanto triste e causato dalla crisi economica, è pura follia: senza bravi professori non si semina e non si raccoglie nulla, figurarsi la lettura.

Fino a tutti gli anni ’90, si citava a tutta manetta Pennac, che consigliava appunto di condividere la passione della lettura a scuola. Si è prudentemente smesso, e poi è passato di moda. In fondo, si dice, anche l’industria musicale è defunta e pure il cinema italiano. Consoliamoci: noi italiani siamo chef, anzi masterchef, facciamo l’Expo sul cibo e anche quando ci troviamo tra di noi, a cena, parliamo di mangiare, qualcosa che incredibilmente non ci annoia, non ci affatica, non ci delude mai.