baumanIn attesa che arrivi (tra pochi giorni) in Italia, e tenga le sue conferenze in vari festival e teatri, Zygmunt Bauman è già presente in libreria con il nuovo, importante, e come sempre lucido e denso di riflessioni positive, “Stranieri alle porte” (Laterza).

Perfavore, leggetelo! Soprattutto quelli che cominciano a tentennare riguardo al tema migranti e dicono: “sì, certo, bisogna accogliere, ma…” “Sono una risorsa però…”Proprio queste persone, condizionate da media lanciati a tutta manetta sui temi dell’invasione, dell’inarrestabile marcia, del pericolo insito in usi e costumi diversi, in portatori sani di guerre, in gente di altre e arcaiche religioni, ecco, questi lettori possono finalmente avere un bilanciamento nello studio, nell’osservazione attenta e nella riflessione di filosofi e sociologi che Bauman ricorda, oltre che naturalmente se stesso, per ricordare che siamo un’unica specie, e ci salviamo insieme oppure ci estinguiamo.

Per salvarci tutti insieme bisogna comprenderci, collaborare, anche sopportarci nei nostri costumi diversi, in comportamenti, educazione e idee differenti, ma tutti convinti di vivere in pace, secondo quanto già due secoli fa affermava Kant, che Bauman ricorda: “all’ostilità subentri l’ospitalità” visto che “nessuno ha più diritto che un altro a stare in un luogo” della Terra, che, essendo sferica, tutto contiene e non può certo far disperdere le persone all’infinito.

Ora io dico: Bauman, novantunenne sociologo, centra il punto scarsamente messo a fuoco da gente assai più giovane e molto esuberante eppure già obnubilata da pigrizia mentale e adeguamento al discorso comune, per cui si perde di vista il pericolo vero e mortale rappresentato dal mercato delle armi senza controllo, da una macchina capitalista che oltre alle merci di scarto, produce esseri di scarto. Non a caso un tempo i venerabili maestri erano persone molto anziane, molto sagge, e perciò molto lungimiranti.

fullsizerenderMilleduecentonovantaquattro pagine: non fanno che ripeterlo tutti questo numero di pagine che pare atterrire anche il lettore più attrezzato, e che sono quelle di “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati (Mondadori), vincitore del Premio Strega 2016. Ma oggi, intervistato a “Il tempo delle donne” a Milano, Albinati spiega con ironia come quelle migliaia di pagine siano il distillato di decine di migliaia di pagine di riflessione sul genere maschile, studi scaturiti dall’emancipazione della donna, dalla riflessione sul genere femminile che ha comportato dunque una riflessione anche sul maschile, sia fatto che ciò che sembrerebbe un vantaggio, nascere maschi in una società maschilista, sia in realtà un fardello, l’aspirazione a un modello irraggiungibile e perciò destinato al fallimento.

Interessante, coinvolgente: l’incontro con l’autore, con certi autori, è così. Ti spinge a interrogarti, a reagire, a ripensare posizioni, discriminanti, modelli e quella presunzione che oggi abbiamo di aver superato tante magagne del passato, per esempio la sottomissione della donna, che invece, come ben ci dice Albinati, è sempre oggetto del risentimento maschile. Pia illusione credere di poter leggermente e paritariamente affrontare il maschile ancora profondamente immerso nella simbologia e nella psiche antica: pensiamoci quando ci diciamo che il femminismo è tramontato.

carreredickA dispetto del titolo ostico e molto poco estivo, “Voi siete vivi, io sono morto” (Adelphi, 2016), mi sono messa a leggere questo libro perché lo ha scritto Emmanuel Carrère, che considero uno dei migliori scrittori contemporanei. Però devo proprio confessare che stento ad andare avanti. E’ vero che la prosa è quella avvolgente di Carrère, ma rispetto al bellissimo Limonov e al sublime L’avversario, questo si discosta poco dal pura biografia di Philip Dick (in effetti il libro è uscito in Italia quest’anno, ma la data originale è del 1993), uno dei più famosi scrittori di fantascienza del Novecento, che pure fu sottovalutato per gran parte della vita, perché un tempo il genere era robuccia, anzi, e qui la cosa si fa interessante, roba da ragazzi.

Philip Dick all’inizio della sua carriera era considerato un autore per ragazzi, un po’ come succede spesso alla narrativa dell’immaginario, che sia fantasy o fantascienza o avventura, e per poter sopravvivere scriveva come un matto, un libro via l’altro. Essendo del ramo, capisco come mai: per quanto si venda, per quanto siamo apprezzati, non si arriva mai ai fasti della narrativa “mainstream”, e si può solo sognare di scrivere un libro ogni 4 o 5 o pure 10 anni come certi nobili scrittori. Che poi certe storie siano divenute film di culto come “Blade Runner” o abbiano ispirato film come “The Truman Show”, non hanno cambiato la vita disperata e sempre a corto di quattrini di uno scrittore in seguito tanto rivalutato, perché il successo è arrivato postumo.

Come in altri famosi e diventati celebri libri, Carrère è interessato al personaggio fallito, al “perdente di successo” (come si era definito Albertazzi, che pure non aveva affatto l’aria né la biografia del perdente), all’uomo che per scrivere viveva di anfetamine, al nevrotico, schizoide, a momenti paranoico, cui perciò riusciva bene descrivere menti contorte, e costruire mondi cupi e dittatoriali, concludendo spesso in modo tragico le storie.

Non è una lettura estiva, l’ho detto.

End_of_Watch_coverEnd of watch è il terzo volume della trilogia di Stephen King iniziata con Mr.Mercedes, un romanzo di agghiacciante attualità. Perché il criminale protagonista del romanzo ruba una Mercedes per compiere una strage lanciandosi sulla folla in coda per fare domanda di lavoro. Non pago, decide poi di imbottirsi di esplosivo e far saltare un palazzetto pieno di ragazzine accorse a un concerto di una boy band. Non si tratta di un affiliato all’ISIS, ma il profilo folle è lo stesso: frustrazione, megalomania, sadismo, odio per la vita, che poco o nulla hanno a che vedere con le religioni, casomai con fanatismi che un tempo erano ideologici e trovavano sbocco nel fascismo o nel comunismo.

Il terzo episodio, dopo la parentesi di Finders Keepers, vede di nuovo Brady Heartfield, il maniaco della Mercedes, protagonista assoluto: dall’ospedale in cui sembrerebbe sepolto perché ha subito danni cerebrali, riesce a manovrare le persone, a spingerne alcune al suicidio, a far muovere altre come droni, grazie a un tablet con un gioco infantile e ipnotico, che funziona  come una sorta di accesso alla coscienza.

Fantascienza? Esagerazioni di un novellista? King non soltanto sembra mettere in guardia dall’ipnosi collettiva sui tablet, sugli smartphone, che spinge molte persone ad abbassare la guardia, a camminare o guidare incoscientemente, ma  supporta anche la sua costruzione narrativa con ricerche sui messaggi subliminali, sul pericolo di certi giochi per bambini che hanno provocato danni comportamentali o cerebrali. E anche sull’inconsapevolezza che guida oggi le nostre azioni, al punto che ci chiediamo,come lo psichiatra manipolato dal criminale: “Come ho fatto ad arrivare a questo punto?” Per sentirci rispondere dall’acuta mente malvagia: “Hai fatto come fanno tutti: un passo alla volta.” Già: step by step perdiamo la coscienza, abbandoniamo pezzi di memoria e di vita, incollati a schermi dove sprechiamo ore che sembrano pochi minuti, come se la vita fosse di qualcun altro.

 

 

 

Julieta“Julieta” , “La pazza gioia” sono film sulle donne scritti e diretti da uomini, e rivolti a tutti, perché il mondo femminile non appartiene a un solo genere, ma a tutti i generi (che non sono più due, maschio-femmina) che dialogano e si confrontano, si completano, s’intersecano. Questo mi pare che sia Almodovar che Virzì sappiano comunicare con potente lucidità, ponendo, al centro delle loro diverse indagini e storie, donne di forte e commuovente personalità: una madre ferita, desolata e quasi rassegnata, per Almodovar, che riflette su un tema a lui caro, il rapporto madre-figlio/a; due amiche legate dalla sofferenza psichica, ferite ma indomite, nel film di Virzì.

Sono bellissime queste figure di donna portate sugli schermi, oggi. E sono meravigliose le attrici che offrono la loro interpretazione toccante e viva, convincente, pregnante, a personaggi fuori dall’ordinario, profondi e incisivi, lontani dagli stereotipi femminili o dell’eroina fallica, dominatrice o della donna vittima straziata. Lontanissime dalla commedia romantica o al femminile dove le donne accedono facilmente alla ricchezza e al successo (matrimoniale), e vicine alla tragedia che Almodovar cita esplicitamente come fonte ispiratrice (la protagonista insegna letteratura greca, racconta i miti, e vive negli anni ’80 di libertà, spensieratezza, avventurosità, che rappresentano la personale mitologia del regista allora giovane e trasgressivo).

Ma oggi la tragedia femminile, che inscena sofferenze e ferite di massima lacerazione (in entrambi i film le madri sono separate violentemente dai figli), offre un finale di salvezza. Come nella tragedia euripidea, un patto chiude il protrarsi infinito del dolore e del male: un patto tra donne, l’amicizia di “una per l’altra”, un patto di rispetto e ascolto tra uomo e donna.

Quando si parla oggi di femminicidio, entriamo nelle tragedie domestiche, nelle guerre domestiche dove a soccombere sono i bambini e le madri, e con loro ogni legge umana, quella che la tragedia mitologica rivendica come strumento di pacificazione e di equilibrio. Si regredisce allo stadio pre-storico, pre-civico, dove la violenza ordina, la morte ripaga l’offesa, e la persona è svilita a oggetto (proprietà, proiezione, merce, uso). Considerare gli assassini di donne come fatti di cronaca, brutali quanto banali aggressioni, significa chiudere gli occhi di fronte a un ciclone, confondendolo per un forte vento che passerà lasciandoci indenni. Ma provenendo dall’antichissimo antro delle nostre pulsioni primitive, quel vento può devastare il nostro orizzonte, togliendo ogni punto fermo, ogni sicurezza, lasciandoci senza riparo e senza prospettiva. Gli antichi sapevano cosa era necessario per placare l’orrore: il teatro, ovvero la rappresentazione dei sentimenti, e l’educazione di giovani e adulti con le arti e la conoscenza.

2giugno2016Stamani una giovane donna guarda un paio di sue coetanee e dice, smarrita: “Mancano quelle della nostra età”. Trentenni, quarantenni.  Sono convinte che è fatta, che viviamo in una società paritaria, perché anche per i loro mariti o fidanzati è tanto difficile e respingente il mondo del lavoro ed è così aspro lo scenario sociale, così facile perdere terreno, diventare poveri, invisibili, sempre a barcamenarsi nel precariato e nell’indifferenza collettiva, che il tema femminile diventa irrisorio. Siamo pari nella disfatta, nei problemi, nell’ansia quotidiana di far quadrare i conti, nel rimandare la genitorialità, nel lottare per i diritti al lavoro.

Ma non siamo in realtà mai pari, perché in una società supercompetitiva e gelida, le donne sono prese più di mira, si tende a farle diventare capro espiatorio, a ricoprirle di offese se osano chiedere, se vogliono scegliere, se esercitano la loro libertà. Nelle professioni stesse, sono sempre lavoratrici di serie B: persino nel mio mondo, nella letteratura, chi ha molto successo come Elena Ferrante comincia a essere considerata “scrittrice da portinaie”, squalificata perché racconta una storia di donne. La squalifica è sempre una buona arma, in passato si è abbattuta persino su Elsa Morante, e continua a fendere scrittrici se si sollevano dalla marginalità in cui è meglio che restino relegate.

Trentenni, quarantenni. Sembra sia più facile studiare, viaggiare, scegliere, muoversi. Fare i figli anche senza avere compagni. Essere single. Essere aggressive. Essere sole. Forse anche essere povere, isolate, strane è più facile, rispetto a quando ero ragazza io, e già a scuola discutevamo, ci incontravamo, partecipavamo in sedi di movimenti, leggevamo libri e non post, i libri di Simone De Beauvoir, per esempio, che ci faceva capire come il processo di emancipazione sarebbe stato lungo e tortuoso e che avremmo pagato con la follia e la violenza la nostra fragile libertà.

Da ieri non leggo altro che indignazione sull’indifferenza delle persone che, passando vicino a un’auto in fiamme non si fermano e, ancor peggio, assistendo a una lite non intervengono, magari salvando la vita alla poveretta che è stata uccisa nell’ennesimo modo brutale.

Colpa della gente, naturalmente. Colpa della “società” diventata insensibile.

Ma quella gente è martellata ogni santo giorno da messaggi terroristici per cui ci sono intorno a noi mostri, assassini, criminali senza scrupoli, esseri pronti a tutti. Così se anche umanamente ti venisse voglia di intervenire, sei frenato dalla paura di fare una brutta fine, perché i due litiganti potrebbero essere come quei delinquenti dei film italiani, quelli che massacrano e danno fuoco al nemico, appunto.

Da ieri sento dire ai politici e a molte persone: bisogna chiamare il 113! Eh, certo, il 113!

Allora ecco qua una storia vera: un ragazzo sente urla provenire da un’auto, si affaccia al terrazzo, si accorge che nella macchina parcheggiata lì sotto qualcuno sta menando qualcun altro che dalle grida sembrerebbe un bambino. Così chiama il 113. Il quale risponde che arriverà il prima possibile una pattuglia. Passano i minuti, non arriva nessuno, il ragazzo richiama. Si sa, c’è traffico, c’è confusione… Alla fine il ragazzo non ne può più di aspettare e ascoltare le grida del bambino, così si fa coraggio e scende in strada, spalanca la portiera e trova un papà che picchia e insulta un bambino di una decina di anni. Il ragazzo rimprovera l’uomo, difende il bambino, e l’uomo non reagisce, anzi, si scusa moltissimo, così il ragazzo può ricordargli che esistono leggi che tutelano i minori. Dal momento che nessuna pattuglia si è ancora presentata, il ragazzo fa le veci del poliziotto.

Ma sapete perché l’uomo si è scusato? Perché era cinese.

La pattuglia non è mai arrivata, il ragazzo è rientrato a casa e ha chiamato il 113 per dire di lasciar perdere.