Finalmente il libro scritto dall’amica Simona Baldanzi è in libreria. Si intitola Pietra Pane e il mondo che c’è, pubblicata da Rrose Selavy, con questa bellissima grafica da cui si intravvede l’illustrazione di Manfredi Ciminale, aerea e poetica. Si tratta di una “fiaba moderna” e se prende a spunto “Peter Pan”, presto se ne distanzia per portare i giovanissimi lettori non in un mondo di fantasia, nell’isola dei pirati e delle fate, dei bambini che non crescono, ma in questa nostra terra dove sono le bambine a darsi da fare per migliorare concretamente l’ambiente dal degrado, l’inquinamento, la schiavitù, la produzione di armi.

Riporto qui un breve stralcio dalla presentazione che ho scritto per Simona: “Il cuore della storia è il centro propulsivo da cui nascono tutte le storie di Simona Baldanzi: parlare degli ultimi o degli umili, raccontare la vita di chi è nascosto, dimenticato, sfruttato, schierandosi dalla sua parte” e dunque anche e soprattutto dalla parte delle bambine e dei bambini, che negli ultimi tempi ci hanno indicato con una certa forza la grande emergenza del pianeta, che proprio oggi hanno ricominciato lo “sciopero” per l’ambiente, ricordando quanto poco o nulla è stato fatto dai potenti della Terra (e anche dai meno potenti) in questi preziosi anni.

Un libro che può fare? Ormai lo sapete: farci pensare, spingerci a comprendere, discutere insieme e unirci tutti, nel pensiero e nelle azioni.

Ti racconto le fiabe, Giunti 2020

Ho risposto più volte alla domanda “perché le fiabe oggi?”: alcuni genitori le ritengono sorpassate, a causa di antipatici stereotipi (le principesse senza iniziativa, le donne che sognano il principe, le matrigne cattive, ecc.) e di orchi divoratori e di assassini, in scene raccapriccianti che possono sconvolgere i bambini e soprattutto le bambine. Meglio che l’infanzia sia serena, spensierata, finché e dove è possibile.

Poi però ci sono le brutte notizie che trapelano anche se noi spegniamo il telegiornale, ci sono i fattacci, e malattie che ci confinano nelle quattro pareti di casa, da cui non si sa come uscirne. Ebbene, le fiabe con la loro narrazione ancestrale, ci portano fuori dal labirinto del male, ci fanno capire che dobbiamo sempre affrontare pericoli e ostacoli, perché nulla è mai facile, mai scontato, e nessuno può spianarti la strada, ma il percorso bisogna trovarlo da soli e da sole, come Pelle D’Asino, la principessa che intraprende un cammino di umiliazione, nascondendo la propria bellezza e le proprie abilità, per incontrare l’amore. Cenerentola è una fiaba molto antica, che affonda le radici nel mito, e quando il Principe arriva e le prova la famosa scarpa, si trova davanti una brutta ragazza sporca, non la bella tra le belle e, giusto perché ormai ha promesso, la porta al palazzo dove poi le “apparirà” bella.

Insomma, le fiabe ci permettono viaggi non tanto fantastici ma interiori, dentro le nostre profonde pulsioni, offrendo una raffigurazione semplice al nostro paesaggio sentimentale complesso e confuso, con figure che incarnano quei sentimenti squassanti. Le fiabe popolari hanno attraversato secoli e sono tra le storie più attuali, perché senza tempo, senza età, senza luogo, senza nomi. Siamo noi, ascoltandole, a viverle.

Buon lunedì! Oggi attingo dal mio archivio di lavori con le scuole, per proporvi un semplice laboratorio sulla poesia, a partire dal SOGNO.

La poesia stimolo la troviamo nelle Poesie d’amore di Nazin Hikmet:

Ho sognato della mia bella
m’è apparsa sopra i rami
passava sopra la luna
tra una nuvola e l’altra
andava e io la seguivi
mi fermavo e lei si fermava
la guardavo e lei mi guardava
e tutto è finito qui.

Ed ecco come potremmo lavorare, oltre alla prima reazione (che ne dite? vi piace?):

Scriviamo in una nuvoletta un breve pensiero, un sogno, sulla falsariga di Hikmet: HO SOGNATO… (che volavo; il mio amico; di andare al mare; che il mondo era in pace…)

Riuniamo tutte le nuvolette su un tabellone e leggiamole, magari spostiamole in modo che “suonino meglio” tra loro. Cosa otteniamo? Una poesia collettiva che può avvalersi della ripetizione del verbo “ho sognato”, in forma anaforica. Vogliamo chiudere come Hikmet “e tutto è finito qui”? Oppure troviamo un’altra chiusa? Discutiamone insieme.

Un romanzo come questo di Bérengère Cournut ci trasporta davvero in un altro mondo, dove raffigurarci un’esistenza umana indubbiamente più naturale, ancestrale e selvaggia, un po’ come ci succedeva leggendo Il richiamo della foresta di Jack London, che scriveva quasi un secolo fa.

A chi è destinato un romanzo come questo, suggestivo e poetico, un romanzo di formazione e d’avventura, ambientato in Groelandia presso il popolo degli Inuit? A chi ama leggere, ma anche ai giovani lettori, forse convinti che certe popolazioni non esistano più e che nel mondo tutti seguano un unico modello socio culturale. Narrata in prima persona, con l’intercalare di bellissimi canti inuit, la storia è quella di una ragazzina che si trova a sopravvivere, separata di colpo dalla famiglia per il distacco di una lastra di ghiaccio, e che saprà cavarsela grazie a doti di cacciatrice che la equiparano agli uomini.

Una volta c’era anche l’antropologia a raccontarci chi siamo e questo libro riesce a restituirci il fascino dello studio dell’umano in contesti differenti, con usi e credenze antiche, senza che diventino materiale per thriller. Ogni tanto uscire dal circuito angloamericano a favore della letteratura francese è una buona boccata d’ossigeno e di originalità.

Mi sono lasciata convincere dalle mie nipoti adolescenti a vedere la nuova Cinderella formato musical, con ammodernamento della storia che prevede una Cenerentola bruna (e vincitrice di X factor), una matrigna frustrata più che malvagia, un regno multiculturale su cui domina Pierce Brosnam, un patriarca pronto ad accettare un cambio totale di potere: invece del Principe Azzurro, l’erede sarà sua sorella, la “Principessa del Popolo” (riferimento a lady Diana?), pronta a svecchiare stili e temi di un paese che comunque è fiabesco, cioè senza tempo, e il cui palazzo pare Versailles.

E poi c’è Cinderella, con gli amici topolini come da vulgata disneyana, che non vuole diventare principessa né regina ma sarta, anzi stilista, non soltanto uno dei mestieri più popolari tra i social e gli influencer, ma anche perché in effetti nella fiaba originale Cenerentola sfoggia ben tre abiti meravigliosi, confezionati dalla magia, che tradotta in americano significa “talento”.

Che vi devo dire? Le fiabe hanno significati assai profondi e simbolici e anche Cenerentola li serba, al di là di quelli più superficiali che ne hanno fatto la storia su cui gli Americani si sono assai accaniti considerandola antifemminista, e prendendola a modello per film come Pretty Woman o Flashdance. Dite che le bambine saranno più motivate a non cadere nel trappolone romantico del sacrificio di sé e delle proprie aspirazioni con storie come queste? Chissà. Per ora le donne sono ancora nella fase focolare, non perché hanno scarpe di cristallo, ma una bella lastra sopra la testa e qualsiasi professione decidano, che sia stilista o scienziata, devono fare i conti con la cura dei figli, lo stipendio inferiore, la scelta di non essere madri, la violenza sessista, la mancanza di servizi e anche di sostegno femminile, perché da lì si parte, da sorelle che non ti rubano le scarpe, ma percorrono il cammino dell’esistenza con te.

“Cinque minorenni in coma etilico in tre giorni”

La locandina è di tre giorni fa, ma vorrei usarla per parlare di un romanzo che ho appena finito di leggere, Tall Bones della giovane autrice Anna Bailey, pubblicato in italiano con il titolo “Chi ha peccato” (marzo 2021) e che racconta di un gruppo di adolescenti le cui vite si trovano travolte dalla scomparsa di una di loro, Abigail, appena quindicenne.

Siamo negli Stati Uniti di oggi eppure sembra di leggere “La Lettera scarlatta”, con la caccia alle streghe dei puritani fanatici. Perché anche qui siamo in una piccola città di fanatici religiosi, manipolati da un pastore che legge la Bibbia a modo suo, e cioè per intimorire, proibire, spaventare e controllare i propri fedeli, tra i quali i ragazzi che, all’insaputa dei genitori, di notte si incontrano nel bosco, organizzano feste scatenate a base di alcool e droga. Però chi di noi (lettori) non è dalla parte di questi adolescenti maltrattati, con storie atroci in famiglie fortemente disturbate?

Non si consuma alcool per puro piacere, come l’autrice ci mostra: Emma, la migliore amica di Abigail, inizia a ubriacarsi per stordirsi e punirsi, convinta di avere una parte di colpa nella sparizione dell’amica. Rat, ragazzo romeno che tutti chiamano in modo dispregiativo “zingaro”, beve perché rifiutato dalla comunità e relegato in una roulotte in un campeggio. Insomma, non c’è nemmeno da andare troppo a fondo per capire che il mondo adulto spinge i ragazzi a comportamenti rischiosi, devianti, autolesionisti. Razzismo, pregiudizi, ignoranza e ancora ferite dalle troppe guerre che gli USA conducono nel mondo sono il cocktail infernale in cui crescono i giovanissimi e di cui pagheranno anche le conseguenze.

Non c’è perdono e nemmeno giustizia nell’America che molto ci ha raccontato Eastwood al cinema, e a un certo punto il singolo si fa giustizia da sé, a fucilate. E questo è abbastanza triste, perché già oltre duemila anni fa i Greci hanno inventato il tribunale, dove non si ottiene soltanto una punizione, ma la catarsi di orrori, eppure gli statunistensi con i loro avvocati e giudici e tribunali famosi per la loro imparzialità, evidentemente non ci credono.

Sul Messaggero Ragazzi di settembre

Sapeste costruire un poster come questo anche con un solo motivo, per esempio, ricavato dalla vostra lettura?

Lo trovo molto carino e se applicassimo questo simpatico sistema alla lettura dei (3? 5? 10 addirittura?) libri che ci proponiamo quest’anno, possiamo arredare la parete della nostra classe con poster colorati e fatti da noi. I poster possono diventare bellissimi post per una pagina Instagram sulla lettura (ve ne sono molte davvero ben fatte, che puntano sull’effetto visivo) gestita dal gruppo classe.

Insomma, ogni scusa è buona per LEGGERE!

Oggi vorrei proporvi alcuni spunti da utilizzare per laboratori di lettura e scrittura in classe. Questo genere di lavoro parte dalla lettura di un libro, perché c’è un modello narrativo che permette di elaborare proprie riflessioni e invenzioni, senza bisogno di dover rimuginare di fronte alla famigerata “pagina bianca” (che è pagina anche sullo schermo).

Scriviamo a partire da… L’ultimo faro, il mio romanzo di qualche anno fa (De Agostini 2017), che ha avuto un discreto apprezzamento tra studenti e insegnanti a partire dalla terza media, e soprattutto gradito nel biennio delle scuole superiori. Perché ve lo dico? Perché la narrativa “per ragazzi” coinvolge età diverse e sensibili: il salto tra la seconda e la terza media non è indifferente e i temi trattati da un romanzo come L’ultimo faro possono risultare poco accessibili a un dodicenne. Certo, lo sappiamo che dipende dai lettori, ma i passaggi d’età e la linea evolutiva della crescita esiste comunque.

Vi lascio perciò queste tre proposte per sviluppare testi personali e originali a partire dal romanzo. Buon lavoro!

L’ultimo faro

(classi 3 scuola media e biennio superiore)

L’ultimo faro è un romanzo corale dove sono tante le voci che raccontano una storia. Vuoi misurarti con la scrittura e raccontare una storia più personale?

1) Immagina un nuovo personaggio da aggiungere al gruppo dei 14, il “quindicesimo ospite” del faro e racconta la sua storia. I criteri sono questi: 

– la narrazione è in prima persona, in forma “autobiografica”

– puoi collocare la storia nel nostro contesto oppure nel passato

– il racconto dovrà essere in rapporto con l’ambientazione del romanzo (cioè il personaggio che arriva al faro)

– Hai a disposizione circa 20.000 caratteri.

2) Immagina di scrivere un messaggio in bottiglia che affiderai al mare: hai a disposizione un foglio, quindi circa 3000 caratteri. Cosa vuoi inviare?

3) Immagina di trovare un messaggio in bottiglia: un foglio consumato dal tempo, scritto chissà da chi, che racconta… cosa? Hai a disposizione 3000 caratteri!

Anzitutto: buon inizio della scuola a tutte le ragazze e ragazzi, le bambine, i bambini, gli insegnanti chiamati anche quest’anno a lavorare tra maggiori difficoltà (e non sto qui a dilungarmi su ciò che tutti sappiamo e che non mi va nemmeno più di nominare). Proprio per questo, per l’impegno dell’insegnamento e per il grande e fondamentale progetto che è, oggi vorrei parlare di un paio di libri importanti sulla scuola.

Il primo è di uno scrittore che conosce bene l’istituzione, perché è un professore. Si tratta di Eraldo Affinati che ha scritto un libro per ragazzi, “Il sogno di un’altra scuola” (Piemme 2018) per ripercorrere la vita esemplare di don Milani, il celebre maestro di Barbiana, la scuola sperduta nel Mugello che divenne esempio di pedagogia. Affinati affida il racconto al dialogo tra adolescenti di oggi, che vogliono scoprire la figura di un uomo che fu in pratica esiliato e che seppe, in quel piccolo esilio, costruire un fulcro di conoscenza e apprendimento innovativo. Per carità: impossibile essere don Milani, ma come sempre in personaggi di questo calibro, si può esserne toccati, affascinati, ispirati.

Il secondo lo consiglio a giovani lettori (scuole superiori) e a diversamente giovani, ed è “La ladra di parole” della scrittrice nigeriana Abi Daré, pubblicato da pochi mesi dall’editrice Nord (di cui quest’anno ho letto gran bei libri). Ci racconta del bisogno di scuola, del desiderio di scuola in paesi dove la scuola è per pochi e non è mai per le ragazze. Ha una scrittura mimetica, che usa il “broken english” tradotto con maestria da Elisa Banfi. (Certo, per me rimane essenziale che riusciate a leggere in lingua originale, care ragazze e ragazzi e così la lettura ci permette anche di affinare la conoscenza dell’inglese). Stiamo molto parlando di donne afghane, in questi giorni. Non è solo l’Afghanistan la galera delle donne: è più di mezzo mondo e a volte anche in squarci d’Italia, se si va a guardare nelle (troppe) fessure.

Negli anni 90 non c’era bibliotecario/a, insegnante, esperto/a e Zannoner che non citassero il decalogo della lettura espresso da Daniel Pennac nel suo piccolo sostanzioso libro “Come un romanzo“, che romanzo non era, ma un pamphlet sulla lettura in forma discorsiva, accattivante, personale, biografica, che rompeva lo schema del saggio letterario. Un po’ perché era già romanziere affermato, soprattutto perché era professore in un liceo di periferia ed era assai simpatico, Pennac ci ha conquistati tutti, benché molti punti del suo celebre decalogo fossero già stati in parte espressi da Gianni Rodari molti anni prima.

Ebbene, oggi non si cita più granché, sono passati ormai 25 anni e la lettura è passata da cartaceo a tablet e i decaloghi non fanno piacere. Nel frattempo, Pennac è passato da essere uno scrittore “cult” per i giovani lettori degli anni 90 a un autore di letteratura, presente nelle antologie. Senz’altro il suo libro letto e discusso nelle scuole superiori è Diario di scuola (Feltrinelli) del 2007 in cui racconta della sua pessima carriera di studente svogliato, la disperazione dei genitori, che poi ha scoperto un autentico amore per la letteratura tanto da laurearsi, diventare insegnante e scrittore di successo. Sono riflessioni sull’educazione e sulla scuola che possono permettere uno scambio tra generazioni, tra i ragazzi, gli insegnanti e i genitori, sul tema non tanto di emergenze come la tossicodipendenza o il bullismo, ma su qualcosa che ci sembra più facile e diamo per scontato, che non è un problema sociale, ma un grande sostegno per la vita, e a volte un’illuminazione per gli adolescenti e cioè l’incontro con la scrittura.

Non pochi scrittori hanno raccontato storie sulla lettura, sulla sua forza di trasformazione personale, sulla sua indispensabile formazione linguistica, culturale e cognitiva.

Antonella Cilento, scrittrice versatile che passa dal romanzo storico a quello contemporaneo, dal noir al sentimentale, ha raccontato la sua esperienza di laboratori di scrittura nelle scuole di piccole città, di periferie degradate, di lontani paesi della provincia del sud in Asino chi legge (Guanda 2010), componendo un affresco contemporaneo di un’Italia che perde pezzi di memoria e di competenza; mentre nel più recente Non leggerai (Giunti 2019), si rivolge direttamente ai giovani lettori con una storia alla Bradbury: siamo in una Napoli del futuro, in una società dove non si legge più niente, le lezioni sono in video, tutto passa dallo smartphone. Certo, non è molto distante da quel che abbiamo sperimentato negli ultimi tempi, ma qui il decalogo pennacchiano si è ribaltato: i dieci punti vietano la letteratura e anche la memoria dei propri cari. Ci vuole poco a capire come mai.