• corriasAi Festival è bello andare ad ascoltare chi sa più di te. Intanto perché è giornalista e non romanziere, e quando va in viaggio spesso lo fa per motivi di una certa gravità, e magari non costruisce storie un po’ ingannevoli come noi che ci misuriamo con la finzione letteraria e cerchiamo bellezza e speranza, perché magari i nostri lettori sono molto giovani.

Ascoltare Pino Corrias è perciò una buona, utile scossa nella visione della contemporaneità, come utile alla riflessione è la lettura del suo ultimo libro, Nostra incantevole Italia (chiare lettere, 2018), un viaggio sia topografico che storico nel mio paese “del doppio Stato, delle doppie verità, della doppia velocità di crescita tra Nord e Sud, ammalato di quattro mafie”.

A tratti mi pare di leggere il buon vecchio Giorgio Bocca, il grande dolente testimone di un Italia corrotta, divisa, comandata dalla Mafia. Non più attraversata dal terrorismo nero e rosso, ma stessa Italia di politica rapinosa, di sfruttamento, e delitti spaventosi nelle piccole e belle province tranquille.

In più, paese di finta accoglienza e di molti affari anche e soprattutto con gli immigrati, capro espiatorio di tutti i mali, in realtà il grande business degli ultimi anni, un affare che “ rende più della droga” e che Corrias ci ricorda con precisi atti di accusa: “ci campano i proprietari delle piantagioni di pomodori, meloni, arance… ci campano i caporali…ci campano i malavitosi… le mafie di ogni città… ci campa l’immensa rete economica nata sotto la buona stella della solidarietà…ci campiamo tutti noi italiani per bene e di buon cuore che abbiamo badanti, manovali, pulitori…” ovviamente sottopagati, esentasse e anche intimiditi, dunque senza diritti nè possibilità di protesta.

È bello ascoltare un grande giornalista e il suo rigore, privo di qualsiasi compiacenza con il pubblico che oggi vuole sentire slogan retorici e magari un’autoassoluzione sulla presunta “bontà” e “generosità” italica.

Certo, ve lo dico: viene male, perché sembra impossibile un miglioramento sociale, e lo scrivo mentre sono in viaggio e vedo le montagne di spazzatura lungo le strade, le bruttissime costruzioni accanto alla più grande e antica bellezza del mondo, la malvagità e l’indifferenza con cui è sfregiato un ambiente di stupefacente generosità.

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Pubblico qui il lungo articolo apparso sul giornale della scuola I.I.S. Pareto di Milano, che ha partecipato al progetto “L’ultimo faro”.  Sei studentesse di classi diverse del secondo anno hanno completato con successo il laboratorio che ho tenuto nella Biblioteca Cassina Anna, hanno scritto un racconto originale, pubblicato nel libro “messaggi in bottiglia”, insieme con i 14 racconti di altrettanti ragazzi di Rozzano, che hanno partecipato al laboratorio nella Biblioteca Comunale.

Il libro è stato presentato al Salone del Libro di Torino dello scorso 10 maggio.

Chiusura del progetto “L’ultimo faro”

Sette giovani scrittrici, studentesse dell’Istituto Pareto, insieme alla scrittrice Paola Zannoner, raccontano l’esperienza del progetto “L’Ultimo faro” che ha portato alla pubblicazione dei loro racconti nel volume “Messaggi in bottiglia – I racconti dell’Ultimo faro” (14 maggio 2018).

Si è concluso lunedì 14 maggio tra sorrisi, letture e applausi il progetto di scrittura creativa “L’ultimo faro” di Paola Zannoner, autrice di libri per ragazzi e vincitrice del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2018. Durante l’incontro le sette studentesse dell’Istituto Pareto hanno presentato ai compagni di classe, alle docenti e al Dirigente Scolastico Prof.ssa Susanna Bigari il risultato delle attività laboratoriali tenutesi presso la Bibilioteca Cassina Anna di Bruzzano, il volume “Messaggi in bottiglia – I racconti dell’Ultimo faro” (DeA), una raccolta di ventuno racconti inediti a cui hanno partecipato anche studenti dell’Istituto Calvino di Rozzano (MI).

Forti dell’esperienza fatta al Salone del Libro di Torino del 10 maggio, che ha permesso loro di superare la timidezza iniziale, le nostre giovani scrittrici hanno letto alcuni estratti dalle loro storie e spiegato i motivi che le hanno spinte a scegliere di trattare temi che spesso giudichiamo lontani dalla spensieratezza dell’adolescenza.

Conosciamo meglio le nostre studentesse, le YAW (Young Adult Writers)!

 È stata un’esperienza unica, mi ha dato la possibilità di cimentarmi in ciò che mi piacerebbe fare nella vita ed è stato davvero bello poter partecipare. Ho capito quanto realmente mi piaccia scrivere e anche quanto sia grande la soddisfazione di poter vedere sulla carta qualcosa di proprio.

Col mio racconto ho voluto trasmettere un messaggio importante alla nostra generazione, ancora molto ingenua. Sentiamo parlare ogni giorno di femminicidi e violenze, ma chi parla di tutte quelle piccole cose che non per forza sfociano nel dramma? Una relazione comporta sacrifici, ma questo non significa che ci si debba annullare completamente per l’altro. Nonostante l’amore che proviamo, dobbiamo imparare a volerci bene, perché quando si arriva ad un certo punto, abbiamo il dovere di metterci al primo posto.

 Con questo racconto volevo mostrare e raccontare l’amore in tutte le sue sfaccettature: l’affetto, il perdono, il tradimento e la violenza che, in questo caso, è sfociata nell’omicidio.

 È stata un’esperienza davvero fantastica, molto commovente ed emozionante. Ringrazio ancora Paola, Barbara e tutta la DeA per il lavoro svolto e per il grande aiuto. La scrittura è il modo con cui riesco ad esprimermi e a tirar fuori le mie emozioni che magari apparentemente sono più nascoste. Con questo racconto l’intento era quello di far uscire la profondità, l’intensità di un ricordo che è rimasto nel tempo, la forza dell’amore di più persone unite dalla bellezza, dalla semplicità e dalla complicità, ma soprattutto l’importanza delle piccole cose, che lasciano un grande segno dentro di noi.Questi sono valori che oggi, forse, per molti possono risultare niente, ma sono dell’idea che vive e rimane nel tempo solo ciò che è basato sull’onestà. La verità, l’onestà prima di tutto. Non si parla più, ci sono sempre più muri e molta ipocrisia. Noi abbiamo avuto la forza, nonostante le avversità che potevano esserci, di imparare a sacrificarci, a confrontarci per un bene comune rendendo il rapporto trasparente, sincero e originale. Inoltre questo racconto lo dedico a coloro che non sono qui presenti, ma sono stati parte di questo ricordo, parte della mia vita e persone davvero uniche e speciali.

 Volevo che la mia storia desse voce alle ragazze anticonvenzionali. In questo caso la protagonista Madelaine, un’adolescente amante della corsa, si trova per la prima volta ad avere a che fare con un ragazzo, inizialmente suo malgrado. Credo molto in questa storia d’amore un po’ contemporanea e spero che arrivi al lettore come ha fatto con me.
 Ho deciso di partecipare a questo laboratorio perché già da molto tempo scrivo e leggo tanto e quindi, quando ho saputo di questa bellissima opportunità, non ho voluto perderla. Ho fatto bene, perché si è realizzato uno dei miei sogni, cioè poter far parte di un libro. Ringrazio Paola, Barbara e tutti i ragazzi che hanno partecipato.
 È stato un bellissimo progetto, un’occasione splendida, indimenticabile e soprattutto UNICA. Mi ha migliorato sotto molti punti di vista, sia nella scrittura che personalmente. Sono davvero felice di avere partecipato e aver fatto parte di un meraviglioso gruppo con la realizzazione poi di un libro tutti insieme. Grazie di tutto.

Leggo che anche Paolo Giordano esprime perplessità sui (troppi) festival che si organizzano in Italia. E che sarebbe meglio investire in biblioteche e librerie anziché in occasioni effimere.

Bene, non sono d’accordo. Questo discorso lo facevo anch’io, ma i tempi sono molto cambiati.

Prima di tutto i Festival letterari in certi casi hanno preso il posto a manifestazioni di dubbio gusto come elezioni di miss o sagre varie o mostre in piazza di motori o di paccottiglia. Non c’è dubbio che se i soldi sono spostati sulla letteratura, o in generale sul pensiero (filosofia, scienza, mente, e così via), non si può essere che felicissimi. Le persone, si è scoperto, amano andare a sentire scrittori filosofi sociologi psicologi artisti direttori di musei, e portano i bambini dove ci sono laboratori e animazioni sensate. Direi molto bene, altro che criticare!

Poi, sì, il tema della carenza di strutture oggi più pensate per incontrarsi che non per prendere libri in prestito, come le biblioteche, è sempre attuale. Ed è senz’altro intollerabile che di fronte a edifici bellissimi, ben strutturati, che offrono spazi per leggere, ascoltare concerti e conferenze, e usufruire di tutto ciò che oggi una moderna biblioteca offre, siano appannaggio delle città del centro-nord. Ma è anche vero che le biblioteche le costruiscono le amministrazioni comunali, non lo stato centrale, in accordo con le Regioni.

Dunque, se magari con i Festival si dimostra che esiste una comunità di lettori abbastanza allargata, e che parlare di libri può essere un po’ più interessante che parlare di calcio, e magari i cittadini spingono per avere le biblioteche magari a scuola, io di questi Festival ne farei uno in ogni città.

Un esercito di attori di calibro (da Servillo a Bonaiuto, Bentivoglio, Smutniak, Scamarcio, Ricci, Herlizka, persino Ugo Pagliai in un fugace cameo di Mike Buongiorno) non riescono a salvare il film di Paolo Sorrentino dal franare miseramente come la povera nostra Aquila sotto le scosse del terremoto di nove anni fa. Ma che occasione sprecata, per un regista magnifico, che soltanto in un paio di scene mostra il suo innegabile talento, virando sul lirismo in un film noioso e troppo lungo, di sicuro poco equilibrato.

Dopo “la grande bellezza”, la grande tristezza! Ecco perché il cinema era affollato (di mercoledì a metà prezzo) da gente di una certa età. Perché alla fine la tragicommedia di un matrimonio che finisce cosa volete che interessi ai più giovani, ma anche a quelli di trent’anni, che stanno ancora annaspando tra lavori precari e relazioni magari appena iniziate? E infine il mascherone di Berlusconi è pure simpatico, e come dargli torto quando dice che è stato il più bravo tra i venditori, tra gli imprenditori, a far soldi? Come non essere dalla sua parte quando discute con la moglie pseudo intellettuale e arcigna, che comunque fa una vita da nababba grazie ai soldi di lui?

Ecco cosa sorte fuori dal film: un nemmeno tanto sottile maschilismo che mostra le arrampicatrici, le ambiziose senza talento, le prostitute che grazie al tycoon arrivano al cinema e alla tivù, senza saper far nulla. Un maschilismo che mette in scena bei corpi femminili che si dimenano, disponibili a tutto, perché la giovinezza dura un soffio e “bisogna approfittarne”, donne cui piace mercificarsi, perché pare più semplice, più comodo. Il voyeurismo di Berlusconi è un po’ il voyeurismo del regista intellettuale, e forse su questo Sorrentino poteva interrogarsi, indagare, invece che lavorare su due piani (il sottobosco di nani e ballerine e l’iperspazio del monarca-.buffone) in modo mal riuscito, cosicché nella seconda parte del film il personaggio di Scamarcio, che nella prima parte appare come principale, sfuma e svanisce, come succede nei romanzi dei dilettanti.

Che tristezza e che dispiacere, per un film che aveva l’ambizione di raccontare un tempo, il nostro tempo, che non è ancora finito, anzi. E’ avvolto nell’incertezza di una mancanza di vero servizio, vero sostegno alle persone di chi ambisce a governare nazioni e non riesce nemmeno a governare se stesso.

Tre scrittrici giovani, tre voci nuove nel panorama letterario, tutte e tre sostenute dai loro editori e dalla critica, ma soltanto di una di loro posso dire di aver apprezzato moltissimo l’originalità del tema, lo spessore della storia e della scrittura.

Le tre autrici sono l’irlandese Sally Rooney (27 anni), e il suo “Parlarne tra amici” (Conversations with friends), Einaudi; l’americana Katie Kitamura (39 anni) con “Una separazione” (Bollati Boringhieri) e l’italiana Letizia Pezzali (39 anni), Lealtà, Einaudi Stile Libero.

Indovinate un po’ chi mi ha tenuta attaccata alla storia?

Katie Kitamura con la sua “scrittura ipnotica”, come definisce il critico di “Kirkus” (scrittura ipnotica oggi va di moda)? Sbagliato. Il libro della Kitamura è un ragionamento persistente sul tema della separazione, matrimoniale e poi estrema (la morte), intinto nel mistero con un omicidio irrisolto che fa paragonare il suo romanzo addirittura a Patricia Highsmith, ma in realtà non riesce a raggiungerne le vette.

Forse l’irlandese Rooney, con un romanzo giovanile, dove si sviscera il continuo elucubrare di una studentessa all’inizio innamorata di una sua coetanea, poi presa da un bellissimo attore più grande di una decina di anni (sembra chissà cosa, forse perché a vent’anni le distanze sono più ampie), una ragazza dedita ogni tanto all’autolesionismo e aspirante scrittrice?

Nessuna delle due. Invece l’italiana Letizia Pezzali ha conquistato il mio completo coinvolgimento con una storia incentrata su una donna che lavora in un’importante banca di Londra, una donna sola, rimasta orfana, apprezzata nel lavoro, innamorata di un economista conosciuto da studentessa e dal cui ricordo non riesce a separarsi. Una storia contemporanea in cui ci ritroviamo tutti, per la mitologia del successo, del denaro e dei social, il cui uso richiede schermature, ossessione, bisogno di consenso. Una protagonista (intanto una donna in un ambiente normalmente coniugato al maschile in tanti film anche recenti) che non è più l’eroina “in carriera” di altre epoche, ma la melanconica figura di una ragazza che lavora duro, dentro il mondo crudele della finanza. Una storia che sa dirci molto di oggi, delle nostre relazioni così “fluide” e mai “leggere” come invece lo erano negli ultimi decenni dello scorso secolo.

Mi si scuserà la presentazione un po’ da barzelletta d’altri tempi, l’irlandese l’americana l’italiana, ma trovo che oggi si possa ben smettere di stracciarsi le vesti continuando ad affermare che la migliore narrativa è quella “straniera”, dove questa parola poi ha senso assai vago, perché contemplerebbe tutto il mondo e in realtà comprende a mala pena 3 o 4 lingue, in particolare quella inglese. A quanto pare il romanzo di Pezzali è già stato opzionato per il cinema, oltre che tradotto subito. Qualcosina vorrà dire.

 

Mentre a Cannes sono stati inseriti i film di Garrone, Golino, Rohrwacher (un bel risultato soprattutto al femminile), nelle sale si ricominciano a vedere film belli, anche se a volte incomprensibilmente bistrattati dalla critica

E’ il caso di “Quanto basta” di Francesco Falaschi, una bella commedia che fa commuovere e divertire perché si tratta un tema delicato, come la sindrome di Asperger, sostenuto dal buonumore, da un’ambientazione incantevole come la mia bellissima Toscana (con i suoi sempre affascinanti paesaggi e ville sconosciute di antica, immanente presenza), e soprattutto condotto da un cast di tutto rispetto, con attori perfetti, misurati, perfettamente calati nei diversi ruoli, dallo straordinario Luigi Fedele che offre un lavoro attoriale superbo, al pacato, calibrassimo Alessandro Haber, alla luminosa Valeria Solarino all’ottimo Vinicio Marchioni e tutti gli altri che lavorano con calore, passione in una storia che, si capisce, ha convinto e coinvolto tutti.

Bravo Francesco Falaschi! Bravo anche nella capacità di girare un film senza strafare, in modo quieto, mi verrebbe da dire “slow”, lasciando che siano i personaggi a prendere campo, a catturare sguardo e cuore degli spettatori. Davvero un saper dosare la scrittura cinematografica “quanto basta”. Oltretutto finalmente ironizzando sugli intoccabili chef stellati, che sono chiamati oggi a dire la loro su tutto: politica, cultura, pure letteratura perché già che ci sono scrivono anche libri.

Quando ho visto le tre misere stelline attribuite da un famoso sito sul cinema, mi è venuto un gran fastidio. Ma possibile che in Italia regni sovrana una certa snobistica insoddisfazione?

Spero che qualcuno, tra un thriller e un libro sentimentale, si prenda una pausa e legga  Le ragazze invisibili (Marsilio, 2017) di Henning Mankell, dove il protagonista è un poeta apprezzato, ma come tutti i poeti condannato a vendere si e no qualche migliaia di copie delle sue antologie.

Ed ecco l’editore suggerirgli di scrivere un bel poliziesco, genere che ormai è l’unico universalmente letto, mentre lui, il poeta restio a scrivere ciò che gli viene chiesto, ha in mente di realizzare un progetto sulle ragazze immigrate in Svezia, ritrovandosi in un mare di complicazioni. Tutti gli dicono cosa dovrebbe fare, dalla madre alla compagna all’amico all’editore, e lui invece è trascinato dentro una storia fatta di tante storie invisibili, inascoltate, quelle di ragazze rifugiate in segreto, che vivono di espedienti e si riparano negli anfratti, storie tragiche eppure piene di avventura e magia, come chi attraversa il Baltico su una barca a remi, chi cammina per l’intera Europa, chi ha perso il fratellino portato via dal villaggio come nella fiaba del Pifferaio Magico, storie che soltanto un poeta si ferma ad ascoltare e raccontare.

E quindi quando ti chiedono a cosa serve la letteratura, ecco qua a cosa serve: a raccontare dove siamo, in mezzo a chi, e qual è la nostra storia e quella degli altri. Non interessa perché ognuno è preoccupato soltanto del proprio angolino? Be’, il romanzo di Mankell ci mostra come le storie ti vengono a scovare anche lì dove te ne stai  angosciato dalla tua abbronzatura o dalla mamma che ti chiama alle due di notte.

(Peraltro il romanzo tradotto nel 2017 in italiano, è del 2001… decenni di immigrazione e siamo sempre lì a chiederci che fare)