carreredickA dispetto del titolo ostico e molto poco estivo, “Voi siete vivi, io sono morto” (Adelphi, 2016), mi sono messa a leggere questo libro perché lo ha scritto Emmanuel Carrère, che considero uno dei migliori scrittori contemporanei. Però devo proprio confessare che stento ad andare avanti. E’ vero che la prosa è quella avvolgente di Carrère, ma rispetto al bellissimo Limonov e al sublime L’avversario, questo si discosta poco dal pura biografia di Philip Dick (in effetti il libro è uscito in Italia quest’anno, ma la data originale è del 1993), uno dei più famosi scrittori di fantascienza del Novecento, che pure fu sottovalutato per gran parte della vita, perché un tempo il genere era robuccia, anzi, e qui la cosa si fa interessante, roba da ragazzi.

Philip Dick all’inizio della sua carriera era considerato un autore per ragazzi, un po’ come succede spesso alla narrativa dell’immaginario, che sia fantasy o fantascienza o avventura, e per poter sopravvivere scriveva come un matto, un libro via l’altro. Essendo del ramo, capisco come mai: per quanto si venda, per quanto siamo apprezzati, non si arriva mai ai fasti della narrativa “mainstream”, e si può solo sognare di scrivere un libro ogni 4 o 5 o pure 10 anni come certi nobili scrittori. Che poi certe storie siano divenute film di culto come “Blade Runner” o abbiano ispirato film come “The Truman Show”, non hanno cambiato la vita disperata e sempre a corto di quattrini di uno scrittore in seguito tanto rivalutato, perché il successo è arrivato postumo.

Come in altri famosi e diventati celebri libri, Carrère è interessato al personaggio fallito, al “perdente di successo” (come si era definito Albertazzi, che pure non aveva affatto l’aria né la biografia del perdente), all’uomo che per scrivere viveva di anfetamine, al nevrotico, schizoide, a momenti paranoico, cui perciò riusciva bene descrivere menti contorte, e costruire mondi cupi e dittatoriali, concludendo spesso in modo tragico le storie.

Non è una lettura estiva, l’ho detto.

End_of_Watch_coverEnd of watch è il terzo volume della trilogia di Stephen King iniziata con Mr.Mercedes, un romanzo di agghiacciante attualità. Perché il criminale protagonista del romanzo ruba una Mercedes per compiere una strage lanciandosi sulla folla in coda per fare domanda di lavoro. Non pago, decide poi di imbottirsi di esplosivo e far saltare un palazzetto pieno di ragazzine accorse a un concerto di una boy band. Non si tratta di un affiliato all’ISIS, ma il profilo folle è lo stesso: frustrazione, megalomania, sadismo, odio per la vita, che poco o nulla hanno a che vedere con le religioni, casomai con fanatismi che un tempo erano ideologici e trovavano sbocco nel fascismo o nel comunismo.

Il terzo episodio, dopo la parentesi di Finders Keepers, vede di nuovo Brady Heartfield, il maniaco della Mercedes, protagonista assoluto: dall’ospedale in cui sembrerebbe sepolto perché ha subito danni cerebrali, riesce a manovrare le persone, a spingerne alcune al suicidio, a far muovere altre come droni, grazie a un tablet con un gioco infantile e ipnotico, che funziona  come una sorta di accesso alla coscienza.

Fantascienza? Esagerazioni di un novellista? King non soltanto sembra mettere in guardia dall’ipnosi collettiva sui tablet, sugli smartphone, che spinge molte persone ad abbassare la guardia, a camminare o guidare incoscientemente, ma  supporta anche la sua costruzione narrativa con ricerche sui messaggi subliminali, sul pericolo di certi giochi per bambini che hanno provocato danni comportamentali o cerebrali. E anche sull’inconsapevolezza che guida oggi le nostre azioni, al punto che ci chiediamo,come lo psichiatra manipolato dal criminale: “Come ho fatto ad arrivare a questo punto?” Per sentirci rispondere dall’acuta mente malvagia: “Hai fatto come fanno tutti: un passo alla volta.” Già: step by step perdiamo la coscienza, abbandoniamo pezzi di memoria e di vita, incollati a schermi dove sprechiamo ore che sembrano pochi minuti, come se la vita fosse di qualcun altro.

 

 

 

Julieta“Julieta” , “La pazza gioia” sono film sulle donne scritti e diretti da uomini, e rivolti a tutti, perché il mondo femminile non appartiene a un solo genere, ma a tutti i generi (che non sono più due, maschio-femmina) che dialogano e si confrontano, si completano, s’intersecano. Questo mi pare che sia Almodovar che Virzì sappiano comunicare con potente lucidità, ponendo, al centro delle loro diverse indagini e storie, donne di forte e commuovente personalità: una madre ferita, desolata e quasi rassegnata, per Almodovar, che riflette su un tema a lui caro, il rapporto madre-figlio/a; due amiche legate dalla sofferenza psichica, ferite ma indomite, nel film di Virzì.

Sono bellissime queste figure di donna portate sugli schermi, oggi. E sono meravigliose le attrici che offrono la loro interpretazione toccante e viva, convincente, pregnante, a personaggi fuori dall’ordinario, profondi e incisivi, lontani dagli stereotipi femminili o dell’eroina fallica, dominatrice o della donna vittima straziata. Lontanissime dalla commedia romantica o al femminile dove le donne accedono facilmente alla ricchezza e al successo (matrimoniale), e vicine alla tragedia che Almodovar cita esplicitamente come fonte ispiratrice (la protagonista insegna letteratura greca, racconta i miti, e vive negli anni ’80 di libertà, spensieratezza, avventurosità, che rappresentano la personale mitologia del regista allora giovane e trasgressivo).

Ma oggi la tragedia femminile, che inscena sofferenze e ferite di massima lacerazione (in entrambi i film le madri sono separate violentemente dai figli), offre un finale di salvezza. Come nella tragedia euripidea, un patto chiude il protrarsi infinito del dolore e del male: un patto tra donne, l’amicizia di “una per l’altra”, un patto di rispetto e ascolto tra uomo e donna.

Quando si parla oggi di femminicidio, entriamo nelle tragedie domestiche, nelle guerre domestiche dove a soccombere sono i bambini e le madri, e con loro ogni legge umana, quella che la tragedia mitologica rivendica come strumento di pacificazione e di equilibrio. Si regredisce allo stadio pre-storico, pre-civico, dove la violenza ordina, la morte ripaga l’offesa, e la persona è svilita a oggetto (proprietà, proiezione, merce, uso). Considerare gli assassini di donne come fatti di cronaca, brutali quanto banali aggressioni, significa chiudere gli occhi di fronte a un ciclone, confondendolo per un forte vento che passerà lasciandoci indenni. Ma provenendo dall’antichissimo antro delle nostre pulsioni primitive, quel vento può devastare il nostro orizzonte, togliendo ogni punto fermo, ogni sicurezza, lasciandoci senza riparo e senza prospettiva. Gli antichi sapevano cosa era necessario per placare l’orrore: il teatro, ovvero la rappresentazione dei sentimenti, e l’educazione di giovani e adulti con le arti e la conoscenza.

2giugno2016Stamani una giovane donna guarda un paio di sue coetanee e dice, smarrita: “Mancano quelle della nostra età”. Trentenni, quarantenni.  Sono convinte che è fatta, che viviamo in una società paritaria, perché anche per i loro mariti o fidanzati è tanto difficile e respingente il mondo del lavoro ed è così aspro lo scenario sociale, così facile perdere terreno, diventare poveri, invisibili, sempre a barcamenarsi nel precariato e nell’indifferenza collettiva, che il tema femminile diventa irrisorio. Siamo pari nella disfatta, nei problemi, nell’ansia quotidiana di far quadrare i conti, nel rimandare la genitorialità, nel lottare per i diritti al lavoro.

Ma non siamo in realtà mai pari, perché in una società supercompetitiva e gelida, le donne sono prese più di mira, si tende a farle diventare capro espiatorio, a ricoprirle di offese se osano chiedere, se vogliono scegliere, se esercitano la loro libertà. Nelle professioni stesse, sono sempre lavoratrici di serie B: persino nel mio mondo, nella letteratura, chi ha molto successo come Elena Ferrante comincia a essere considerata “scrittrice da portinaie”, squalificata perché racconta una storia di donne. La squalifica è sempre una buona arma, in passato si è abbattuta persino su Elsa Morante, e continua a fendere scrittrici se si sollevano dalla marginalità in cui è meglio che restino relegate.

Trentenni, quarantenni. Sembra sia più facile studiare, viaggiare, scegliere, muoversi. Fare i figli anche senza avere compagni. Essere single. Essere aggressive. Essere sole. Forse anche essere povere, isolate, strane è più facile, rispetto a quando ero ragazza io, e già a scuola discutevamo, ci incontravamo, partecipavamo in sedi di movimenti, leggevamo libri e non post, i libri di Simone De Beauvoir, per esempio, che ci faceva capire come il processo di emancipazione sarebbe stato lungo e tortuoso e che avremmo pagato con la follia e la violenza la nostra fragile libertà.

Da ieri non leggo altro che indignazione sull’indifferenza delle persone che, passando vicino a un’auto in fiamme non si fermano e, ancor peggio, assistendo a una lite non intervengono, magari salvando la vita alla poveretta che è stata uccisa nell’ennesimo modo brutale.

Colpa della gente, naturalmente. Colpa della “società” diventata insensibile.

Ma quella gente è martellata ogni santo giorno da messaggi terroristici per cui ci sono intorno a noi mostri, assassini, criminali senza scrupoli, esseri pronti a tutti. Così se anche umanamente ti venisse voglia di intervenire, sei frenato dalla paura di fare una brutta fine, perché i due litiganti potrebbero essere come quei delinquenti dei film italiani, quelli che massacrano e danno fuoco al nemico, appunto.

Da ieri sento dire ai politici e a molte persone: bisogna chiamare il 113! Eh, certo, il 113!

Allora ecco qua una storia vera: un ragazzo sente urla provenire da un’auto, si affaccia al terrazzo, si accorge che nella macchina parcheggiata lì sotto qualcuno sta menando qualcun altro che dalle grida sembrerebbe un bambino. Così chiama il 113. Il quale risponde che arriverà il prima possibile una pattuglia. Passano i minuti, non arriva nessuno, il ragazzo richiama. Si sa, c’è traffico, c’è confusione… Alla fine il ragazzo non ne può più di aspettare e ascoltare le grida del bambino, così si fa coraggio e scende in strada, spalanca la portiera e trova un papà che picchia e insulta un bambino di una decina di anni. Il ragazzo rimprovera l’uomo, difende il bambino, e l’uomo non reagisce, anzi, si scusa moltissimo, così il ragazzo può ricordargli che esistono leggi che tutelano i minori. Dal momento che nessuna pattuglia si è ancora presentata, il ragazzo fa le veci del poliziotto.

Ma sapete perché l’uomo si è scusato? Perché era cinese.

La pattuglia non è mai arrivata, il ragazzo è rientrato a casa e ha chiamato il 113 per dire di lasciar perdere.

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

locandinaLA PAZZA GIOIA

Regia: Paolo Virzì; sceneggiatura: Francesca Archibugi e Paolo Virzì; direttore della fotografia: Vladan Radovic; scenografia: Tonino Zera; costumi: Catia Dottori; montaggio: Cecilia Zanuso; musica: Carlo Virzì; produzione: Marco Belardi; durata: 118’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice), Micaela Ramazzotti (Donatella), Valentina Carnelutti (Fiamma), Anna Galiena (Luciana), Marco Messeri (Floriano), Tommaso Ragno (Giorgio), Bob Messini (Pierluigi), Roberto Rondelli (Renato), Sergio Albelli (Torregiani).

 

Può un film sprigionare una carica di entusiasmo e trasmetterla a un folto pubblico malgrado una sceneggiatura non solo episodica e divagante ma anche, ahimè, zeppa d’incongruenze? Sì, lo strano fenomeno è possibile. E’ il caso di La pazza gioia. Arioso e frizzante, oltre che pervaso d’amore, il film riscuote un lusinghiero successo nelle sale (ed è stato lungamente applaudito al festival di Cannes), ma è evidente che i suoi punti di forza non risiedono nella sceneggiatura.

Dopo una prova registica di raffinato virtuosismo, forse in assoluto la sua migliore (ci si riferisce al formidabile Il capitale umano che ha oltretutto fruttato a Valeria Bruni Tedeschi il premio per la miglior attrice al Sundance Film Festival), Paolo Virzì torna sugli schermi italiani con un film di tutt’altra caratura, animato non tanto dalla voglia di costruire un solido impianto narrativo quanto dall’intenzione di offrire a due attrici (ancora la Bruni Tedeschi, stavolta affiancata da Micaela Ramazzotti) un paio di succosi ruoli all’altezza del loro talento. E non c’è dubbio che le due interpreti sfruttino l’occasione con risultati elettrizzanti, rivelando automaticamente di essere il motore dell’intera operazione oltre che il nucleo originario alla base della concezione di La pazza gioia. La prima impersona Beatrice, una bipolare che non sta zitta un secondo e ha frequentato l’orrenda fauna altolocata che negli ultimi trent’anni ha fatto dell’Italia la landa allo sbando che oggi ci troviamo sotto gli occhi, mentre la seconda è Donatella, una sventurata senz’arte né parte che nasconde un tremendo segreto.

Ricoverate entrambe in una casa di cura, Villa Biondi, Beatrice e Donatella sono agli antipodi in ogni senso: per censo, per temperamento, per obiettivi. Formano l’eterna strana coppia che innerva l’intera storia del cinema, da Stanlio & Ollio fino al binomio Jack Lemmon/Walter Matthau dei film di Billy Wilder, senza trascurare Vittorio Gassman che guida l’imberbe Jean-Louis Trintignant verso un triste fato in Il sorpasso di Dino Risi, e concludendo con le scarmigliate Susan Sarandon e Geena Davis di Thelma e Louise. Il gioco è antico: basta abbinare l’Estroverso Logorroico Pasticcione all’Introverso Riservato Brontolone ed ecco che lo spettacolo nasce dalle loro frizioni fino all’inevitabile intesa finale. Beatrice e Donatella scappano da Villa Biondi per perdersi nel mondo di fuori. E qui La pazza gioia affida esclusivamente al loro talento (e a una solida regia) la sua ragion d’essere perché la sceneggiatura si rivela maldestra e distratta: le due donne rubano un’automobile il cui proprietario (un impresentabile cialtrone) ha lasciato le chiavi in bella vista perché gli autori dello script hanno deciso che la fuga delle due protagoniste non debba conoscere intoppi. Gli episodi successivi si susseguono alla rinfusa e potrebbero anche seguire un diverso ordine temporale senza per questo modificare il risultato finale. Tutte le figure maschili (mariti, amici e amanti) risentono di un’impostazione macchiettistica e il film scade per un attimo nella volgarità quando Renato, il triviale amante di Beatrice, le fa pipì sulla testa. Il racconto attinge poi l’inverosimile quando, a dispetto delle severissime leggi sull’adozione che garantiscono il più assoluto riserbo a chi alleva un figlio altrui, le due sciagurate rintracciano con sbalorditiva facilità il figlio di Donatella che è stato adottato da due poveri cristi, volenterosi e gentili. Non giova al film nemmeno il giochino autoreferenziale fondato sulla fugace visione di una regista cinematografica incarnata da Francesca Archibugi, sceneggiatrice di La pazza gioia, e su una frecciatina al vetriolo nei confronti del cinema italiano che ci distrae inesorabilmente dalle pene di Beatrice e Donatella, esattamente come la citazione iconografica di Thelma e Louise, il mitico film di Ridley Scott, che declassa inevitabilmente La pazza gioia a semplice ricalco di un film che ha fatto epoca.

Opera di passaggio nell’ormai corposa filmografia di Paolo Virzì, La pazza gioia si situa fra Il capitale umano e i più impegnativi lavori a venire, e ispira una profonda riconoscenza per un gioco recitativo di alta classe: Valeria Bruni Tedeschi riesce ad accordare sul registro comico il consueto disegno di donna labile ma non stupida mentre Micaela Ramazzotti torna a livelli altissimi, dopo le prove poco convincenti degli ultimi anni, nel rendere la profondissima angoscia di Donatella. La prima ispira un’irresistibile simpatia e muove spesso al riso, la seconda commuove e riporta alla memoria le grande eroine tragiche del nostro cinema, impersonate da Anna Magnani o da Sophia Loren, spesso caratterizzate dalla vocazione al disastro già espressa dalla Silvana Mangano di Riso amaro.

Sorrette dal lavoro collettivo di una troupe di eccellenti professionisti (ed è doveroso citare in particolare l’apporto della bravissima costumista Catia Dottori, ma anche le interpretazioni di Anna Galiena e Valentina Carnelutti che spiccano nel cast dei comprimari), sono loro due, per la prima volta insieme sullo schermo, ad assicurare l’indiscutibile godibilità di un film che, con un maggior impegno nella stesura della sceneggiatura, poteva diventare nella storia del nostro cinema l’indimenticabile pietra miliare che, e lo diciamo con rammarico, difficilmente diventerà.

Francesco Costa

 

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

nobile causaUNA NOBILE CAUSA

Regia: Emilio Briguglio; sceneggiatura: Riccardo Fabrizi, Emilio Briguglio, FC; direttore della fotografia: Lorenzo Pezzano; scenografia: Paolo Bandiera; costumi: Daniela Leuci; montaggio: Luca Bozzato; musica: Fabrizio Castania e Tommy Fanton; produzione: Rebecca Basso e Tarcisio Basso; durata: 92’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Giorgio Careccia (Alvise), Rossella Infanti (Tania), Antonio Catania (Fabio), Roberto Citran (Giulio), Francesca Reggiani (Gloria), Giulia Greco (Stella), Guglielmo Pinelli (Bernardo), Simona Marchini (Iolanda), Massimo Bonetti (Franco), Nadia Rinaldi (Ottavia), Carla Stella (Maria Luisa), Eleonora Fuser (Gemma), Massimo Foschi (Fred).

Superata soltanto dagli Stati Uniti e dal Giappone, l’Italia conta almeno 800.000 persone che si affidano al gioco d’azzardo, facendone una vera e propria malattia, per risolvere le proprie difficoltà finanziarie. Un’emergenza sociale su cui perfino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi di recente. Straordinariamente felice nel momento in cui tenta la sorte al gioco, e sempre convinto di potersi rifare dei suoi rovesci, il giocatore non esita a trascinare la sua famiglia e i suoi amici in un vortice inarrestabile di debiti e di difficoltà di vario tipo. Intere famiglie vivono in un clima di angoscia e finiscono sul lastrico perché devono vendersi la casa. Questa la situazione particolarmente critica, per non dire tragica, che fa da sfondo alla vicenda narrata nel film Una nobile causa.

Questa recensione ha una particolarità che la rende diversa da quelle che l’hanno preceduta in questa rubrica, e chi avrà la pazienza di leggerla fino in fondo ne capirà il motivo. Di solito, nella valutazione di un film, si analizzano le intenzioni degli autori e i risultati complessivi del prodotto finale. Stavolta, però, parlerò soltanto delle intenzioni. Dei risultati, per motivi che poi scoprirete, non sarebbe corretto parlare: ma di che cosa tratta Una nobile causa?

Una signora della buona borghesia, Gloria Brandi, vince al gioco un milione di euro. I suoi familiari (il marito Giulio, i figli Bernardo e Stella) temono che, parossisticamente dipendente dal gioco, si possa sparare in pochi giorni la colossale vincita. Comprensibilmente preoccupati, la invitano quindi a rivolgersi a uno specialista, il dottor Aloisi, che possa azzeccare la terapia in grado di guarirla dal suo vizio. Il luminare in questione riceve nel suo studio la famiglia Brandi: è paraplegico, pacato nei toni, lievemente mefistofelico. Nel tentativo di farle misurare i rischi cui va incontro, racconta con aria pensosa alla smarrita Gloria la storia del marchesino Alvise, scoperchiando così la prima di una serie di scatole cinesi secondo uno schema che prevede una storia dentro una storia e così via…

Evocate dal mellifluo dottor Aloisi, si animano dunque sullo schermo (e agli occhi di Gloria) le peripezie del marchesino Alvise, giovane nobiluomo dominato dal vizio del gioco, che vive di piccole truffe e di miserabili espedienti per procurarsi il denaro da giocare. Avendo derubato un pescivendolo, è costretto da sua madre, la marchesa Iolanda, a saldare il debito in un modo che potrebbe essere inteso come una sorta di gogna: dovrà lavorare al mercato del pesce alle dipendenze di Tania, avvenente figliola del derubato, della quale s’innamorerà. Non basterà, però, l’amore per la bella pescivendola a fare di lui un uomo migliore…

A questo punto fermiamoci un attimo: che cosa è vero e che non lo è nelle due storie che si snodano sullo schermo e s’intersecano l’una dentro l’altra? Dietro le apparenze si annida un segreto che lo spettatore è invitato a svelare. In un film sul gioco prende così vita un altro gioco, quello di camuffare la verità come nel gioco delle tre carte: qualcuno mente, ordisce un intrigo, tira le fila della faccenda come un abile burattinaio che può incantare i suoi interlocutori e farli trottare a comando sul filo delle sue suggestioni. In una vicenda in cui tutti mentono (anche e soprattutto a se stessi), non sarà facile smascherare questo burattinaio. Qual è però il motivo che lo spinge a raggirare il prossimo?

Epigono in qualche misura (parliamo sempre delle intenzioni) del grande cinema classico del disturbo e della finzione, rappresentato con particolare efficacia dagli inarrivabili Billy Wilder e Joseph L. Mankiewicz che raccontavano con aria sorniona storie di vampirismi e d’inganni, Una nobile causa è una piccola, eroica produzione indipendente che abborda lo spinoso tema della ludopatia con il taglio della commedia elegante e crudele, ritagliandosi in ogni caso un suo spazio nello scenario di un cinema italiano che sta attraversando una fase di passaggio e, buttando a mare vecchi miti e obsoleti modi di raccontare, s’ingegna a proporre al pubblico nuove formule narrative.

Il regista Emilio Briguglio orchestra come per un ballo in maschera (e di maschere nel film se ne vedono calare molte) le prestazioni di un folto cast di attori (tutti collaudati professionisti). Con l’apporto decisivo dello sceneggiatore Riccardo Fabrizi (forte di gioventù e talento) costruisce una storia che è, sostanzialmente, un inno all’arte di raccontare storie (esaltata all’alba dei tempi nella celebre favola di Shéhérazade nelle Mille e una notte) perché è soltanto accendendo l’immaginazione degli altri con un racconto che potremo farli innamorare di noi o, a scelta, prenderli per il naso.

A giudicare le qualità del film chiamo gli spettatori, invitandoli a godersi lo spettacolo. Io non posso farlo perché ho a mia volta fatto un po’ il burattinaio con i miei lettori: la sigla FC che figura, più in alto nella scheda, fra gli sceneggiatori di Una nobile causa corrisponde infatti alle iniziali del mio nome: Francesco Costa. E ora non mi rimane che augurarvi buon divertimento!

Francesco Costa

 

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