cognetti_140_reference-jpeMa che libro meraviglioso, questo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Einaudi)! Sono felice che sia un successo, perché non sempre la qualità si accompagna alla popolarità. Oltretutto NON è un thriller, NON è una storia sentimentale, anche se in realtà è una storia d’amore, l’amore per un ambiente aspro, che si deve conquistare, un ambiente che ha, come dice Cognetti, la “bellezza dell’inverso”.

E’ una storia di relazione tra padre e figlio, tra un uomo introverso e cupo e un ragazzino sensibile e solitario, che come tutti i figli prova a entrare nel mondo paterno, per comprenderlo e condividerlo e solo dopo tanti anni, ricostruendo una “barma” crollata e lasciata in eredità, riesce a cogliere quell’inquietudine paterna, quel bisogno di sorpassare limiti, di arrivare su cime solitarie e lasciare una frase semplice su un quadretto, il famoso “io c’ero”.

E’ anche la storia di una relazione tra due amici, il ragazzino di città e il piccolo montanaro, che sono legati dalla dimensione estiva e dell’avventura, che non spendono molte parole ma condividono avventure e da grandi si danno una mano reciprocamente, ma soltanto finché restano lì, sulla montagna.

E’ una storia che sa raccontarci un ambiente poco affascinante, non certo quello degli sciatori della domenica, ma impressionante, come ce lo raccontava Jack London. E che ci parla di contrasti, di socialità verso solitudine, di sogni e realtà che li frantumano, di chi resta perché è già su una sommità e chi si allontana alla ricerca di otto montagne nel mondo.

Soprattutto è una storia che sa scalarci, toccando i punti giusti con una narrazione sincera, profonda, carica di significato, precisa per adeguarsi a quella frase bellissima detta da Bruno: “Siete voi di città che la chiamate natura. E’ così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

Ecco, a cosa “serve” la letteratura.

lalalandBisogna che lo dica, anche se mi inimicherò orde di adoratori sia del film che dei due interpreti: La la Land è una grandissima pacchianata. Sono andata al cinema convinta di vedere un film meraviglioso e mi sono trovata davanti una parata dei più triti cliché, che fino all’ultimo ho sperato si ribaltassero con qualche trovata sorprendente. Macché.

Operazione nostalgia, che ha funzionato perfettamente visto il massimo successo. Un po’ di reminiscenze di Fred Astaire e Ginger Rogers, l’amore per il jazz che si vuole salvare nella sua purezza, l’elogio ai folli e ai sognatori, e infine il sacrificio d’amore per rispettare il talento della donna amata… Pare che questi temi portino a fiumi di lacrime, e visioni multiple del film.

Ma come sia fa a crederci? Quale jazz è quello autentico? E perché nessuno ride, soprattutto in Usa, quando lo slavato Ryan Gosling vorrebbe insegnare al fantastico John Legend, che è un vero pianista e compositore, qual è il vero jazz? Neanche fossimo a Scherzi a parte! Quanto alla storia, mi pare ultrascontata: la cameriera che vuole diventare diva e lo diventa, anche grazie alla spinta del jazzista puro, che la porta di peso al provino fatale.

Sono bravi gli attori, ma per un musical allora prendete direttamente dei cantanti e ballerini, altrimenti l’effetto è un po’ Ballando con le stelle. Che vi devo dire? A me Damien Chazelle non mi ha convinto nemmeno con Wishplash, che mi pareva tremendo. Ma con Trump al governo, ovviamente è il nuovo che avanza.

mastrangeloMi pareva un po’ strano leggere “Il sistema di Gordon” (La nave di Teseo) di Giovanni Mastrangelo mentre volavo verso il Messico. Un romanzo ambientato in California negli anni ’80, che racconta di una specie di setta raccolta intorno alla figura massiccia e catalizzante di un guru che mescola teorie (pseudo)scientifiche con discipline orientali e credenze superstiziose, un po’ come molte sette soprattutto americane.

Però il romanzo davvero cattura, sa far rivivere le atmosfere di quei decenni (70 e 80), utilizzando la strategia del racconto corale, con focalizzazione multipla. E’ perciò una lettura affascinante, almeno lo è stata per me che ho ritrovato appunto i racconti di molti amici che partivano per gli States, e di alcuni che sono rimasti coinvolti in gruppi simili. In più, il sottofondo musicale, ovvero la musica citata con versi e titoli, è di Bob Dylan.

Ho visto che nelle interviste all’autore, i giornalisti hanno cercato di trovare gli spunti autobiografici del romanzo, anche perché ci troviamo di fronte a uno scrittore che ha vissuto in Africa, in USA, che ha scritto “Il piccolo Buddha” per il film di Bertolucci, e che dunque potrebbe benissimo essere uno dei personaggi, e forse lo è. O anche tutti, perché vale la regola che chi racconta una storia lascia emergere frammenti di biografia, ma sarebbe meglio dire scaglie di vita, perché nei romanzi si narra quel che si sa e che si  sa immaginare.

maldifiume“Ho smania di conoscere e di viaggiare”, scrive Simona Baldanzi in questo piccolo gioiello letterario, un percorso lungo il fiume Arno che è viaggio personale, nei luoghi familiari, vicini, tra la propria gente, eppure è anche un’esplorazione di altrove, di un’umanità che l’autrice ascolta con stupore e curiosità, è un tentativo di cogliere le trasformazioni e di comprenderle, proprio dietro casa, dove pensi di sapere tutto, di avere chiara la situazione.

Maldifiume, pubblicato con Ediciclo, una casa editrice che ha fatto del viaggiare in bicicletta e a piedi il suo tema portante, è un racconto che ci propone certo di percorrere l’Arno dalla sorgente alla foce, ma è soprattutto una narrazione che sa miscelare storia, richiami letterari, suggestioni antiche, riflessioni contemporanee, che ci conduce tra persone che vivono accanto al fiume in mestieri nuovi, ci ricorda le “pietre miliari” del corso d’acqua toscano, che ha distrutto ponti e città nei secoli, e soprattutto sa descrivere un ambiente naturale, semplice e vivo, tra foreste secolari del Casentino e paesi, tra frange di periferie e orti, dune, reti da pesca.

“Camminare lungo il fiume fa bene” dice Simona, non solo alle gambe e al fiato, ma alla conoscenza, all’ascolto, al cambiamento. “Vai e pensi più disteso, come l’acqua.”

lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

sullyL’impresa spettacolare del comandante Sullenberger, il 15 gennaio 2009, quando riuscì a far posare l’aereo che comandava sull’Hudson, è rimasta pressoché epica. Perciò il film di Clint Eastwood, Sully, può ben focalizzarsi sul tema dell’eroe, su chi sia e come agisca, in quali condizioni, spinto da quali motivi.

Il film conta sull’interpretazione perfetta di Tom Hanks, l’uomo “qualsiasi”, che fa il suo lavoro e che nel suo lavoro trova la forza e l’esperienza per agire non d’impulso, ma di sapienza: in pochi secondi è molto chiaro a un pilota che ha quarant’anni di esperienza, e una grande abilità nell’atterraggio, che se segue il protocollo e le indicazioni della torre di controllo, rischierà di far cadere l’aereo. Così decide una manovra mai sperimentata, l’ammaraggio sul fiume, e in quell’operazione salva tutti i passeggeri, oltre che se stesso e l’equipaggio.

Moltissimi ricorderanno l’episodio che fece il giro del mondo perché dopo la tragedia degli aerei che infilzarono le torri di NY, un aereo planò sull’acqua e in poco più di venti minuti vennero tutti salvati dai mezzi di soccorso accorsi con prontezza fulminante. Nessuno invece sa che il comandante fu comunque processato, perché si adombrava un suo gesto esagerato, fuori dalle procedure “standard”. Ecco perché Eastwood intitola il film “Sully”, diminutivo affettuoso di Sullenberger, ma anche voce del verbo “macchiare”. Difficile però infangare il pilota che sa in quanto (poco) tempo di prendono decisioni in condizioni impreviste. Allora ecco qua l’eroe: chi agisce con tempismo, con capacità, coraggio e freddezza, non soltanto per sé ma per tutti, e che tira un sospiro di sollievo soltanto quando sa che non manca nessuno all’appello: 155 passeggeri su 155.

Anche lo spettatore, che pure sa la storia, tira un sospiro di sollievo solo alla fine. Pare che sia anche grazie all’innovativa tecnologia IMAX che fa provare una esperienza molto realistica. Trucchi di un giovane cineasta ultraottantenne.

lapenaNon ci sono personaggi positivi, in questo thriller dell’autrice canadese Shari Lapena, una delle numerose esordienti di talento nordamericane che subito accedono al massimo successo nel mondo letterario, grazie alla potenza di fuoco di un mercato che piazza i libri in tutto il mondo (questo è il Canada, ma è simile agli USA)

La ex avvocato e ex insegnante ci racconta in La coppia della porta accanto (Mondadori) la storia del rapimento di una neonata mentre i genitori sono a cena dai vicini di casa. In più, si capisce fin dall’inizio che le cose non quadrano: la mamma della rapita soffre di depressione e ha un passato ancora più oscuro; il papà ha grossi guai economici con la sua azienda. Ci si mettono anche la vicina fatalona, cinica, antipatica, il suocero arrogante e spietato, la suocera superficiale, insomma, un gruppo di personaggi che fanno invidia a “Carnage” (la piece magnifica di Yasmina Reza, in italiano Il dio del massacro, diventato film di Polanski nel 2011 ).

La storia è scarnificata da ogni divagazione o descrizione, da altri personaggi o situazioni, procede per narrazione asciutta e attraverso il dialogo oppure domande introspettive che si pongono costantemente i personaggi tormentati dai sensi di colpa. Si capisce che è già pronta per un film, un po’ tipo “Gone Girl” dove ugualmente non c’era uno che si salvasse.

Ho come il sospetto che queste autrici (spesso donne) escano da una sorta di factory, quella di corsi di scrittura dove si realizzano storie ben congegnate grazie all’uso brillante di archetipi narrativi (per quanto riguarda Young adult gli schemi di Propp) e di quelle domande che l’insegnante spinge a porsi e che poi finiscono nella scrittura. Non è il primo romanzo che leggo, dove trovo la raffica di domande che i personaggi pongono a se stessi e dunque al lettore, partecipe della loro angoscia anche perché, in questo caso, si trova nel ruolo del genitore imperfetto e attanagliato dalla paura di sbagliare e non essere all’altezza di un ruolo non più naturale ma sociale.