Oggi il post è scritto da una ragazza di undici anni, Livia S., che frequenta la prima media e ha redatto questo “racconto” intorno al mio libro “Voglio fare il cinema”. Leggete leggete, prima di dire che i ragazzi non leggono e stanno fissi sul cellulare…

Quando ero piccola avevo un grande sogno: fare la scrittrice. Tutti i giorni mi divertivo ad avventurarmi nelle storie che scrivevo, piccoli appunti che agli occhi di una bambina parevano passatempi e che riempivano le mie giornate noiose. Ogni difficoltà spariva, portata dalla fantasia come le foglie d’autunno trasportate dal vento. Crescendo diventai la persona che temevo più al mondo, quella che ogni giorno cresceva e con lei la sua razionalità, le sue paure, e le sue responsabilità. La persona di cui sto parlando non aveva più tempo per le sue avventure dove un lenzuolo diventava la tenda degli indiani che tutti i sabati le raccontavano storie bizzarre intorno a un fuoco, aveva dimenticato tutto e lo aveva lasciato a sua insaputa in un cassetto del suo cuore che non aveva il coraggio di riaprire.

Aspiravo ai diciotto, quando una mattina di vacanza come le altre mi svegliai con un volantino trasportato dal vento sulla faccia, la cosa mia aveva seccata perciò volli leggere l’annuncio che mi aveva fatto arrabbiare. Non ho mai creduto nel destino, ma dopo aver letto quel volantino capii che forse esisteva davvero. Infatti quell’annuncio mi fece ricordare tutta la mia infanzia; scrivere un “corto” e presentarlo davanti ai giudici di Milano con una troupe era il mio sogno, ed era la mia occasione per distinguermi dagli altri, per ritrovare la mia parte bambina persa nel mio cuore. Non so se fosse l’emozione, ma mi scordai completamente di non avere alcuna troupe che mi aiutasse a realizzare la mia storia: era in situazioni come questa che consultavo la mia migliore amica Anna.

Stetti al telefono con le per ore e arrivammo insieme alla conclusione che un caso composto da professionisti non me lo potevo permettere e poi non c’era tempo per fare audizioni a giovani talenti. Mi serviva una troupe a cui non importava troppo il lavoro in sé, ma che era disposta a farlo per vedere i loro nomi nei titoli di testa, e la troupe più appropriata era la mia classe. Così proposi il mio progetto e grazie alla mia fortuna che voleva continuassi a scrivere, tutti accettarono e io scelsi i ruoli.

(seguono i nomi e i diversi ruoli del cast)

 

Conoscete Guido Catalano? Non lo conoscete? Parlo del poeta, quello che fa accorrere folle ai suoi reading e che scrive in una sua poesia intitolata Curriculum Vitae: “Tengo letture pubbliche in tutta Italia/ in un tour infinito/ ma non sto diventando ricco”.

Amico, fratello Catalano! Ma così oggi facciamo scrittori e poeti, itineranti per città di mare e montagna, in questo nostro infinito paese dove a volte le località appaiono irraggiungibili e bisogna salire su littorine, pullman, mezzi che ci fanno tornare a quando si era ragazzi, e si viaggiava in carrozze senza aria condizionata, via all’avventura! Ma noi si va per raggiungere i nostri lettori, e molti “addetti ai lavori”, come dici tu, caro poeta, “non ci credono”: non ci credono che la gente arriva e ti abbraccia, e insieme ci confrontiamo sulla letteratura, sulla poesia e le storie. Non ci credono perché stanno chiusi nelle stanze, davanti a schermi che mostrano dati sconfortanti e stanno lì a lamentarsi che in Italia si legge poco o nulla, ed è colpa della scuola. Alé, come dice Gabbani.

E allora leggetevi la raccolta “Ogni volta che mi baci muore un nazista” (Rizzoli, 2017) del geniale Catalano, che vi fa ridere, se riuscite ancora a ridere, vi commuove (se riuscite anche a commuovervi), vi parla d’amore come faceva Neruda, senza melensaggine, perché: “Poi ci sta ‘sto fatto/ che a forza di scrivere roba zuccherosa/ mi si sta cariando il cervello”. Poesie che mi ricordano un po’ il Benni di un tempo, e anche De André, ma poi alla fine è Catalano, l’originale, il poeta di oggi, “con quarantaquattr’anni e mezzo/ sul groppone/ in fila per tre/ col resto di due”, pop, allegro, triste, solitario y final.

Tris di donne scrittrici, se trovo una quarta di questo livello faccio un mio personalissimo poker letterario. Perché il terzo libro di seguito che ho letto è l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, La più amata (Mondadori), uscito in febbraio, candidato subito al Premio Strega e veramente un gran romanzo.

Siamo ancora negli anni ’70, stavolta d’infanzia (d’altra parte queste scrittrici sono quarantenni e oltre) e in Toscana, in una piccola località che comunque è sempre andata di moda: Orbetello ovvero l’Argentario, dove Teresa nasce figlia di un primario che è considerato una sorta di papa, quasi santo, che comanda non soltanto nel suo ospedale, e forse è più che massone, magari Gran Maestro, di sicuro è ricchissimo già di famiglia e moltiplica gli averi, permettendosi una villa faraonica che nemmeno gli Agnelli possiedono. Una vita che nasconde tante ombre, quando la figlia, diventata adulta, non più ricca perché il patrimonio si è dissolto incomprensibilmente, si mette a indagare e come dice “racconta e inventa” perché è quasi impossibile sapere davvero chi era suo padre, e resta il dubbio che questa scrittrice incantatrice abbia esagerato, fantasticato, nel tentativo di darsi una ragione della perdita di un’infanzia dorata, di una vita che sarebbe potuta essere dorata.

Teresa Ciabatti scrive spietata, lucida, drammatica, ironica, disperata e patetica, si mette a nudo attraverso una storia tremenda, dove non c’è perdono perché non c’è comprensione, c’è un indagare negli anfratti familiari, un domandarsi dove e come è iniziata la fine, forse fin dal principio come sempre nella vita, e perché si è quel che si è: incompleti, strambi, insoddisfatti, un po’ falliti. Soprattutto quando si nasce ricchi, protetti, amatissimi, e a un certo punto si cade dall’eden sulla nuda realtà, è un po’ difficile darsi pace.

Anni ’70 anche nell’ultimo romanzo di Grazia Verasani, Lettera a Dina (Giunti), e anche qui due ragazze che in quegli anni vivono la loro adolescenza: si conoscono a scuola, diventano amiche malgrado l’iniziale diffidenza e la dichiarazione di appartenere a due blocchi politici contrapposti: ma sono ancora piccole e conta di più la capacità di ridere e giocare insieme che non le ideologie. Dina, figlia di una famiglia borghese e ricca, delle due è la più fragile e resterà vittima di una madre egoista, di contrapposizioni dentro la famiglia, sprecando il proprio talento per perdersi nella spirale della droga che falcidiò una generazione tra la fine degli anni ’70 e metà anni ’80.

Invece si salva la figlia di operai, che sa di doversi impegnare, studiare, lavorare, per emergere, perché nessuno le coprirà le spalle. Ma nel suo procedere in avanti, sicura, ha sempre quel cruccio rappresentato dall’amica di cui resta vivo il ricordo della prima adolescenza, delle canzoni ascoltate insieme, della complicità. Un ricordo che nemmeno la morte prematura dell’amica può cancellare. Interessante la costruzione narrativa di Verasani, che procede per analessi e prolessi dell’io narrante tale da far credere a un racconto di scandaglio autobiografico, impressione ribadita dall’uso di iniziali al posto dei nomi, come nei trattati di psicanalisi.

Si diceva che sono gli anni dell’affermazione delle donne, questi ’70 dello scorso secolo. Non è un caso che sia questo romanzo che L’Arminuta raccontino di ragazze studiosissime, nel caso del libro di Verasani anche impegnate politicamente, e amanti della musica che in quell’epoca ha segnato un grande cambiamento. Anni da raccontare, ricordare, per le donne più o meno di quella generazione, e non solo rivolti alle donne, anche se si sa che i romanzi con protagoniste femminili non attraggono lettori uomini: un peccato, perché da queste storie c’è tanto da comprendere…

Arminuta, ovvero “Ritornata” è il titolo del bellissimo romanzo di Donatella di Pierantonio (Einaudi) che racconta in forma autobiografica la vicenda (sua?) di ragazza affidata dai genitori a una zia e poi “restituita” alla famiglia d’origine quando è adolescente, senza una spiegazione né tanti scrupoli, ignorando brutalmente i suoi sentimenti.

Sono gli anni Settanta dello scorso secolo e una ragazza di città, abituata a frequentare lezioni di danza, ad avere la propria cameretta, vestiti nuovi, amiche care, si trova di colpo proiettata in un paesello, in una famiglia con altri cinque figli, che a fatica sbarca il lunario, dove si dorme tutti insieme in una stanza e si parla il dialetto, dove non si dialoga, ma ci si scontra, anche fisicamente.

Nel frattempo, resta il mistero del perché la famiglia adottiva si sia sbarazzata in fretta di lei, che crede la seconda madre malata gravemente, forse morta e se ne dispera, cercando di sopravvivere in un ambiente respingente, dove per fortuna c’è una sorella piccola con cui stringe amicizia e affetto. E qui si scioglie la grande durezza di un mondo incomprensibile e spietato: gli adulti, con le loro imperscrutabili e crudeli ragioni svaniscono rispetto alla complicità che “salva” le due ragazzine, permette loro di affrancarsi da entrambe le famiglie grazie all’alleanza e allo studio.

Ragazzine cresciute negli anni ’70 dello scorso secolo, appunto, quando le donne hanno capito che, per liberarsi dal giogo di essere dipendenti e sottomesse, bisognava studiare sodo, intraprendere una professione, lavorare, ridiscutere i ruoli sociali, essere solidali tra loro. Ragazze che oggi ricordano com’era a chi forse dà per scontata l’autonomia.

 

Libere disobbedienti innamorate è il titolo un po’ fatuo del bel film della regista palestinese Maysaloun Hamoud, che racconta di tre giovani donne a Tel Aviv, tre palestinesi che mostrano facce diverse dell’essere donna araba, oggi.

Leila è un’avvocata brillante, sexy e bella, che passa le notti nel tipico sballo metropolitano che accomuna Tel Aviv alle città occidentali; Salma è una dj di famiglia cristiana ortodossa, che condivide con l’amica le notti allegre, oltre che l’appartamento. Infine Noor, la nuova coinquilina, è una musulmana osservante, con tanto di velo e camicione che la copre dal collo ai piedi, studentessa e fidanzata con un uomo molto religioso.

Il titolo originale, in inglese, è In Between, Nel mezzo, ed è assai significativo. Non soltanto per la condizione di queste ragazze, che, oltre ad essere palestinesi dentro Israele (cioè appartenenti a un popolo senza stato dentro uno stato che non permette un’integrazione) sono donne che vogliono essere libere e dunque si scontrano con le famiglie (Salma, omosessuale, viene minacciata di essere rinchiusa in manicomio dal padre), con la violenza degli uomini che prima di tutto esercitano la sopraffazione sulle donne (come il pio fidanzato che violenta Noor) e con la cultura patriarcale da cui non sfugge neppure il liberal, moderno compagno di Leila, che dalla sua donna si aspetta di mantenere il decoro.

Ma è significativo, questo titolo “Nel mezzo”, anche per noi italiani, se ricordiamo ancora l’eco dell’inizio folgorante del nostro poema antico, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, perché è lì che noi tutti siamo, quando manca la comprensione, quando siamo addolorati e incerti, quando le nostre istanze di libertà umana, di persona, vanno a configgere contro muri di ostilità ideologica, tradizionale e arcaica.

 

 

Dal momento che quasi tutti i giornalisti sono anche scrittori, alla fine qualche scrittore si mette a disposizione del giornalismo, della cronaca, per dar voce alla più dolente attualità. Sto parlando del nuovo (in realtà uscito da un anno) libro di Melania Mazzucco, Io sono con te, storia di Brigitte (Einaudi, 2016). Qui la romanziera, la visionaria scrittrice che ha dato voce a Tintoretto, la impressionante precorritrice di tutte le storie di femminicidio e di stalking con Un giorno perfetto di dieci anni fa, si mette umilmente a disposizione di una storia vera e straziante, e racconta la vicenda di una donna immigrata dal Congo e arrivata a Roma nel freddissimo inverno, senza niente, né amici né dove andare e senza neppure sapere l’italiano.

Confesso che alcune pagine sono davvero truci. Si ripete come un eterno orrendo refrain quel percorso infernale di chi vive in una dittatura e si trova sotto il mirino dell’esercito: il rapimento, le torture, la fuga rocambolesca, senza sapere più che fine hanno fatto i propri figli, senza aiuti, solo con la speranza di sopravvivere. Qui allora la scrittrice si mette al servizio della storia vera, della realtà, percorre le strade della sua città con ii passo, gli occhi, il sentimento di Brigitte, e le presta l’io narrante per ricordare il suo passato.

Che dire? Qui si sospende il giudizio estetico a favore di quello etico: è una storia tra tante, unica eppure uguale alle tragedie individuali che formano la cosiddetta “massa” di migranti o immigrati. Il riscatto non è certo eroico, l’aspirazione è di una vita normale, in pace e sicurezza. Per questo una scrittrice titola “io sono con te”. Con i più deboli, da sempre, la letteratura.