Anni ’70 anche nell’ultimo romanzo di Grazia Verasani, Lettera a Dina (Giunti), e anche qui due ragazze che in quegli anni vivono la loro adolescenza: si conoscono a scuola, diventano amiche malgrado l’iniziale diffidenza e la dichiarazione di appartenere a due blocchi politici contrapposti: ma sono ancora piccole e conta di più la capacità di ridere e giocare insieme che non le ideologie. Dina, figlia di una famiglia borghese e ricca, delle due è la più fragile e resterà vittima di una madre egoista, di contrapposizioni dentro la famiglia, sprecando il proprio talento per perdersi nella spirale della droga che falcidiò una generazione tra la fine degli anni ’70 e metà anni ’80.

Invece si salva la figlia di operai, che sa di doversi impegnare, studiare, lavorare, per emergere, perché nessuno le coprirà le spalle. Ma nel suo procedere in avanti, sicura, ha sempre quel cruccio rappresentato dall’amica di cui resta vivo il ricordo della prima adolescenza, delle canzoni ascoltate insieme, della complicità. Un ricordo che nemmeno la morte prematura dell’amica può cancellare. Interessante la costruzione narrativa di Verasani, che procede per analessi e prolessi dell’io narrante tale da far credere a un racconto di scandaglio autobiografico, impressione ribadita dall’uso di iniziali al posto dei nomi, come nei trattati di psicanalisi.

Si diceva che sono gli anni dell’affermazione delle donne, questi ’70 dello scorso secolo. Non è un caso che sia questo romanzo che L’Arminuta raccontino di ragazze studiosissime, nel caso del libro di Verasani anche impegnate politicamente, e amanti della musica che in quell’epoca ha segnato un grande cambiamento. Anni da raccontare, ricordare, per le donne più o meno di quella generazione, e non solo rivolti alle donne, anche se si sa che i romanzi con protagoniste femminili non attraggono lettori uomini: un peccato, perché da queste storie c’è tanto da comprendere…

Arminuta, ovvero “Ritornata” è il titolo del bellissimo romanzo di Donatella di Pierantonio (Einaudi) che racconta in forma autobiografica la vicenda (sua?) di ragazza affidata dai genitori a una zia e poi “restituita” alla famiglia d’origine quando è adolescente, senza una spiegazione né tanti scrupoli, ignorando brutalmente i suoi sentimenti.

Sono gli anni Settanta dello scorso secolo e una ragazza di città, abituata a frequentare lezioni di danza, ad avere la propria cameretta, vestiti nuovi, amiche care, si trova di colpo proiettata in un paesello, in una famiglia con altri cinque figli, che a fatica sbarca il lunario, dove si dorme tutti insieme in una stanza e si parla il dialetto, dove non si dialoga, ma ci si scontra, anche fisicamente.

Nel frattempo, resta il mistero del perché la famiglia adottiva si sia sbarazzata in fretta di lei, che crede la seconda madre malata gravemente, forse morta e se ne dispera, cercando di sopravvivere in un ambiente respingente, dove per fortuna c’è una sorella piccola con cui stringe amicizia e affetto. E qui si scioglie la grande durezza di un mondo incomprensibile e spietato: gli adulti, con le loro imperscrutabili e crudeli ragioni svaniscono rispetto alla complicità che “salva” le due ragazzine, permette loro di affrancarsi da entrambe le famiglie grazie all’alleanza e allo studio.

Ragazzine cresciute negli anni ’70 dello scorso secolo, appunto, quando le donne hanno capito che, per liberarsi dal giogo di essere dipendenti e sottomesse, bisognava studiare sodo, intraprendere una professione, lavorare, ridiscutere i ruoli sociali, essere solidali tra loro. Ragazze che oggi ricordano com’era a chi forse dà per scontata l’autonomia.

 

Libere disobbedienti innamorate è il titolo un po’ fatuo del bel film della regista palestinese Maysaloun Hamoud, che racconta di tre giovani donne a Tel Aviv, tre palestinesi che mostrano facce diverse dell’essere donna araba, oggi.

Leila è un’avvocata brillante, sexy e bella, che passa le notti nel tipico sballo metropolitano che accomuna Tel Aviv alle città occidentali; Salma è una dj di famiglia cristiana ortodossa, che condivide con l’amica le notti allegre, oltre che l’appartamento. Infine Noor, la nuova coinquilina, è una musulmana osservante, con tanto di velo e camicione che la copre dal collo ai piedi, studentessa e fidanzata con un uomo molto religioso.

Il titolo originale, in inglese, è In Between, Nel mezzo, ed è assai significativo. Non soltanto per la condizione di queste ragazze, che, oltre ad essere palestinesi dentro Israele (cioè appartenenti a un popolo senza stato dentro uno stato che non permette un’integrazione) sono donne che vogliono essere libere e dunque si scontrano con le famiglie (Salma, omosessuale, viene minacciata di essere rinchiusa in manicomio dal padre), con la violenza degli uomini che prima di tutto esercitano la sopraffazione sulle donne (come il pio fidanzato che violenta Noor) e con la cultura patriarcale da cui non sfugge neppure il liberal, moderno compagno di Leila, che dalla sua donna si aspetta di mantenere il decoro.

Ma è significativo, questo titolo “Nel mezzo”, anche per noi italiani, se ricordiamo ancora l’eco dell’inizio folgorante del nostro poema antico, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, perché è lì che noi tutti siamo, quando manca la comprensione, quando siamo addolorati e incerti, quando le nostre istanze di libertà umana, di persona, vanno a configgere contro muri di ostilità ideologica, tradizionale e arcaica.

 

 

Dal momento che quasi tutti i giornalisti sono anche scrittori, alla fine qualche scrittore si mette a disposizione del giornalismo, della cronaca, per dar voce alla più dolente attualità. Sto parlando del nuovo (in realtà uscito da un anno) libro di Melania Mazzucco, Io sono con te, storia di Brigitte (Einaudi, 2016). Qui la romanziera, la visionaria scrittrice che ha dato voce a Tintoretto, la impressionante precorritrice di tutte le storie di femminicidio e di stalking con Un giorno perfetto di dieci anni fa, si mette umilmente a disposizione di una storia vera e straziante, e racconta la vicenda di una donna immigrata dal Congo e arrivata a Roma nel freddissimo inverno, senza niente, né amici né dove andare e senza neppure sapere l’italiano.

Confesso che alcune pagine sono davvero truci. Si ripete come un eterno orrendo refrain quel percorso infernale di chi vive in una dittatura e si trova sotto il mirino dell’esercito: il rapimento, le torture, la fuga rocambolesca, senza sapere più che fine hanno fatto i propri figli, senza aiuti, solo con la speranza di sopravvivere. Qui allora la scrittrice si mette al servizio della storia vera, della realtà, percorre le strade della sua città con ii passo, gli occhi, il sentimento di Brigitte, e le presta l’io narrante per ricordare il suo passato.

Che dire? Qui si sospende il giudizio estetico a favore di quello etico: è una storia tra tante, unica eppure uguale alle tragedie individuali che formano la cosiddetta “massa” di migranti o immigrati. Il riscatto non è certo eroico, l’aspirazione è di una vita normale, in pace e sicurezza. Per questo una scrittrice titola “io sono con te”. Con i più deboli, da sempre, la letteratura.

Simpaticissimo John Niven, l’autore di “A volte ritorno” e di “Maschio bianco etero”, soprattutto fa morire dal ridere i suoi coetanei quarantenni. A me, confesso, mi è venuta inizialmente una botta di depressione a leggere il suo “ Le solite sospette” (Einaudi 2016). Primo: perché si parla di vecchiette riferendosi in particolare a tre sessantenni. In effetti per un quarantenne, una donna di sessant’anni è quasi decrepita, che poi ci siano in giro Fiorelle Mannoie e madri di adolescenti (a causa delle crescenti gravidanze ultrattempate), non ha importanza. Passata la boa dei 50, è ufficiale: la donna è gallina vecchia.

Inganna poi la copertina, con una vera anziana che avrà come minimo ottant’anni, per imitare la copertina del “Centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonason, un libro esilarante pubblicato anni fa e che ha avuto un discreto successo. In realtà di novantenne nel gruppo delle “anziane” ribelli ce n’è una ed è la più scatenata di tutte. Le signore appunto vecchie (ma in Inghilterra ho visto che usano sempre il termine politicaly correct di “una certa età”, quindi Niven usa a proposito il termine vecchio per dissacrare), ideano e realizzano una rapina in stile classico, incappucciate e armate, ma con i colpi a salve. Fuggono poi allegramente in Francia, si danno alla pazza gioia con 4 milioni di sterline, in barba a un sistema che lucra sui più deboli ma soprattutto sulle donne, che siano borghesi o no, che siano state rivoluzionare, femministe oppure devote casalinghe, che siano vecchie o giovani.

Alla fine, anche un uomo (maschio bianco etero) la figura peggiore la riserva ai suoi simili: maniaci, sfruttatori, stupratori, vigliacchi,  bugiardi, non proprio delle aquile (neppure i detective), egoisti, che non saprebbero nemmeno lontanamente improvvisarsi rapinatori per pagare una costosa operazione al proprio nipotino. Sicché alle vecchie: chapeau!

 

 

Le nostre anime di notte di Kent Haruf è un altro piccolo caso editoriale. Pubblicato da Enneenne editore, ha uno strano successo, considerando che non è un thriller, non è un libro che un grosso editore spinge in libreria, e non c’è più l’autore che magari vaga per tutti e 5 i continenti a promuoverlo,

Dunque? Sta a vedere che funziona ancora un po’ il passaparola e la fiducia che si ripone nei lettori. Per esempio, io mi sono fidata del giudizio della libraia Claudia della Libreria Ubik di Mestre, e l’ho letto con piacere. Mi riprometto anzi di leggere La trilogia della pianura, e guardate ne dico un’altra: senza prestare molta attenzione ai commenti negativi, sulle solite tiritere di cos’è e cosa non è letteratura.

In questo caso, si tratta di una storia dolente, di due anziani che decidono di farsi compagnia, andando a letto insieme ogni notte: a letto, mano nella mano, a parlare, punto. Quest’azione scandalizza i vicini, ma soprattutto i figli dei due protagonisti, che arrivano a imporre la rottura e poi la lontananza. Impossibile? Non direi. La vecchiaia è tabù, e gli anziani spesso sono in balia della volontà dei figli e dei nipoti, sono controllati e rimproverati e non si tollera che facciano quel che fanno tutti, cioè si prendano le loro libertà.

Sembra che Haruf lo abbia scritto con grande foga, mancano descrizioni se non quelle essenziali, è tutto affidato a dialoghi senza virgolettato, e si ha l’impressione che sia una piece. Difatti è diventato subito un film con due meravigliosi attori senza età: Robert Redford e Jane Fonda.

Confesso la mia spaventosa ignoranza dell’arte contemporanea, che mi spiace perché gli artisti non sanno soltanto interpretare gli aspetti nascosti della nostra vita, le condizioni anche più difficili dell’umano, ma sanno offrire visioni d’infinito, sanno essere di esempio per la loro ricerca di assoluto e a volte anche per la modestia com cui conducono le loro vite, indifferenti al consumismo.

Meno male che ho visitato la mostra Love a Milano! Ho scoperto così la celebre artista giapponese Yayoi Kusama e mi sono incuriosita al punto di leggere la sua autobiografia “Infinity net” (Iohan & Levi, 2013).  Negli anni ’60 dello scorso secolo, Kusama, emigrata negli Stati Uniti dal Giappone conservatore per fare l’artista, fu una specie di “sacerdotessa” della cosiddetta “rivoluzione hippie” americana, e organizzava scandalosissimi happening. Ma la sua fama è legata alle grandi opere di reti realizzate con piccolissimi puntini, reti infinite che si espandono e coprono tutta la superficie oltre il quadro, che si moltiplicano in specchi, mentre scultura i pois diventano tante piccole sfere d’acciaio che galleggiano sulla superficie di un lago o del mare.

Non soltanto pittrice e scultrice, ma anche regista, produttrice di musical, stilista, coreografa, oggi Yayoy Kusama è una signora di ultraottantenne tornata a vivere in Giappone quarant’anni fa dopo i fasti americani. Sorprendentemente, una donna dalla fama riconosciuta mondialmente, confessa in questa autobiografia: “Ho dipinto, scolpito e scritto per decenni, da quando sono in grado di ricordare, ma se devo essere sincera, non sono ancora del tutto sicura di essere diventata un’artista. Ogni opera è un passo lungo il cammino, una ricerca disperata della verità con pennelli, tele e materiali.”

Una simile dichiarazione commuove, in un mondo dove tutti sono artisti, più o meno incompresi e soprattutto artisti dopolavoristi.