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Archivio mensile:gennaio 2014

wolfHomo homini lupus, diceva il terribile detto latino che si presta perfettamente al film di Martin Scorsese, “The Wolf of Wall Street”, appunto il lupo del centro finanziario del mondo. Lupi, leoni, tigri: si vedono così questi uomini della finanza, come animali nobili e forti, predatori naturali, ma non hanno nulla di quell’energia e quell’istinto, né del compito che i predatori hanno in natura, anzi. Sono piuttosto parassiti, vermi, tigne, esseri spregevoli, squallidi, avidi, depravati, drogati, al punto che non c’è nessun animale cui possano paragonarsi, se non il più folle e insicuro, malato animale della terra, ossia l’essere umano.

Il film ci racconta l’ennesima storia di vita pazza, materialistica e disgustosa di persone che purtroppo decidono destini di molta gente, rubandogli soldi, compromettendone il futuro, finché non sono fermati da qualche paladino della giustizia. E anzi, ci consoliamo un poco a vedere che almeno in USA una carriera così spregiudicata è subito posta sotto attenzione e nel giro di cinque anni subisce un arresto (vero e proprio: certi criminali qui vanno in galera). In più, Scorsese vira anche sulla satira di costume e riesce a mettere in ridicolo quel che potrebbe essere una fosca tragedia.

Titaneggia come al solito Leonardo Di Caprio, sempre a suo agio nei ruoli di gangster dalla faccia pulita. Quanto a Scorsese, ci mostra le nuove “gang di New York” in un affresco da Satyricon, con orge e sballi che ti fanno domandare: ma davvero ci si diverte, in questo modo? Conviene fare tanti soldi per finire in una bolgia infernale? Vendere l’anima al demonio non è mai conveniente: si diventa poveri diavoli, in tutti i sensi.

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Yasmina-portraitEccola qua: bella, sorridente, solare. E’ Yasmina Reza, l’autrice di racconti teatrali feroci, che con spietatezza indagano le relazioni di coppia , familiari e interpersonali. Non a caso la sua famosa pièce, divenuta film, si intitolava “Carnage”, cioè massacro e metteva in scena non una battaglia o un assalto o un eccidio di massa, ma una conversazione tra due coppie scaturita da un piccolo incidente tra due bambini e sfociata in una orrenda scenata di offese, recriminazioni, confessioni, dove tutti e quattro i protagonisti escono umiliati e feriti.

feliciIn Felici i felici (Adelphi), citando Beckett (Giorni felici) e Borges, lo sguardo si allarga da due a più coppie e persone che s’intersecano vuoi per lavoro, vuoi per parentela, amicizia, malattia, ciascuno con il suo bel peso di dolore, rancori, paura, incertezza e segreti inconfessabili, ciascuno, come già raccontavano gli esistenzialisti, chiuso nel microcosmo della propria solitudine e incomprensione, con gli altri a fare, anziché da sostegno e da compagnia, invece da avversario e torturatore: siamo ancora nell’Inferno di Sartre, dove l’Inferno sono gli altri.

Non è proprio quel che penso e vedo intorno a me e mi sforzo di raccontare nei miei libri, ma certo Yasmina Reza ha una vera maestria di scrittura nel tratteggiare ambienti e personalità contemporanee, nevrosi e rapporti umani, e nel raccontarli con vivezza, realismo, con efficace discorso diretto, ci mostra gli atteggiamenti, la meschinità, la grettezza, la cattiveria delle “piccole cose” che ci avvelenano l’esistenza e dal quale bisogna fare attenzione non ci divorino del tutto, convincendoci che l’infelicità è condizione umana terreste, mentre la felicità è un inarrivabile e forse inesistente ideale.

 

51SMN0rGwIL._AA160_Fin and Lady di Cathleen Shine è ambientato nella Manhattan della fine degli anni ’60 dello scorso secolo, alla nascita del Greenwich Village come rione degli artisti e degli intellettuali, ma la protagonista Lady potrebbe benissimo essere un’eroina degli anni ’30, uscita dalle pagine di Fitzgerald: una ragazza molto ricca e dunque libera, indipendente, sofisticata, bella di una bellezza irregolare e piena di energia, circondata da ammiratori, amante del divertimento e della libertà, le due parole in cima a ogni altra per questa ventenne rimasta orfana di entrambi i genitori e, dunque, libera da controlli e da imposizioni.

Il romanzo di Cathleen Shine, Fin and Lady, è narrato in prima persona da Fin (nome curioso, che il padre ha scelto scegliendo la parola francese che conclude i film: fin, fine appunto), fratellastro più piccolo, che viene affidato alla sorella quando ha solo undici anni e che con lei trascorre anni non particolarmente avventurosi, quanto dediti all’osservazione di questa ragazza che somiglia a Daisy de “Il grande Gatsby”: umorale, allegra, amante delle feste, dei flirt, capricciosa, ironica, circondata sempre da tre amanti che si alternano nelle sue grazie, uno sportivo superficiale, un avvocato antipatico e un gallerista d’arte serio. Indovinate un po’ chi alla fine riuscirà a spuntarla?

Evidentemente all’autrice, più che l’affresco sociale di anni molto celebrati e narrati, interessava il ritratto di chi non si trova bene nel suo tempo, è come “sfasato”, pur vivendoci dentro. Probabilmente le interessava anche il romanzo di formazione dove un ragazzo, pur chiamandosi Fin non è emulo o riflesso del grande Finn, Huck insomma, ma è un ragazzo bisognoso di calore e famiglia e protezione e formazione, proprio quei concetti che in quegli anni si pensava di far saltare tutti, chissà come mai.

E’ una bella prova di narrativa, con dialoghi efficaci, descrizioni che sanno tradurre i pensieri di un adolescente dell’epoca, scene simpatiche. A tratti noioso: settant’anni fa, Fitzgerald era più bravo e ancora ci emoziona di più.

still-lifeLook at all the lonely people, cantavano i Beatles cinquant’anni fa. E così il film di Uberto Pasolini, Still Life, sembra ricalcare questa famosa, bella e dolente canzone scritta e interpretata da ragazzi per lo più allegri e dediti all’amore e alla “revolution” giovanile di costumi e diritti, ma che appunto in Eleanor Rigby parlano di morti in solitudine, di gente dimenticata e funerali solitari (nobody knows). Di questo tratta Still Life, che noi traduciamo con “Natura morta”, ma significa pure “Ancora in vita”, un film triste sulle morti in totale abbandono, di chi già da tempo si era alienato dalla vita sociale e dalla rete affettiva delle relazioni.

A un certo punto mi pare persino che i Beatles siano citati, in questo film inglese tutto in stretto accento british, quando appunto il ragazzo scapigliato addetto all’obitorio dice al protagonista, un ometto tutto precisino che cerca di dare dignità alle sepolture: “you don’t belong to all this”. E allora qual è il nostro posto? Da dove veniamo? Where do they all come from? Where do they all belong? Non sono le domande della vita? Da dove vengono, qual è il loro posto? E qual è il ruolo, lo scopo dell’esistenza? L’inquadratura con le donne che si abbracciano intorno a una bambina in carretto sembra dire che è quello lo scopo, l’amore che stringe le persone, le fa riunire, le fa trionfare sul cimitero, dà dignità a qualsiasi vita, ben oltre la morte.

ChiaraA proposito di donne e di storia delle donne, stamani ho letto d’un fiato l’ultimo libro di Dacia Maraini, Chiara di Assisi (Rizzoli, copertina stupenda). Magari l’inizio lascia un po’ perplessi, con questo scambio di mail tra la scrittrice e una lettrice che si chiama Chiara e la sfida a scrivere e approfondire la personalità della santa di Assisi. Però è interessante capire anche come nascono certe idee, i percorsi di approfondimento, nella testa e nel cuore degli autori. La Maraini usa la strategia epistolare, tra una presunta studentessa, probabilmente il personaggio, e la scrittrice, incitata a studiare e raccontare, quel che la scrittrice farà in forma diaristica nella parte successiva del libro.

Non si tratta di un romanzo, ma la scrittura è letteraria e da romanzo. Non è proprio una biografia, perché Maraini ripete più volte che già Chiara Frugoni ne ha scritta una bellissima sulla santa di Assisi. Invece, Maraini delinea la personalità di Chiara inserendola nel panorama più ampio della condizione femminile del Medioevo, nella negazione del corpo e del pensiero femminile, nella repressione operata per secoli dalla Chiesa con i suoi più importanti teologi e padri, per cui la scelta monastica poteva essere anche rifugio, libertà dalla schiavitù femminile, e disobbedienza alla legge dominante del patrimonio e dello scambio delle merci tra i quali la donna.

Un appassionante viaggio nel passato svolto con la volontà di conoscere e capire comportamenti, usanze, vite tanto diverse e difficilmente paragonabili alla modernità occidentale, all’enorme cambiamento avvenuto negli ultimi cinquant’anni di storia femminile, che può aiutare molte giovani donne a sapere, ricordare il percorso di emancipazione e a vedere una santa da un’ottica differente da quella soltanto religiosa, ma storica, sociale e culturale.

Un po’ difficile dire che sono stata in vacanza. Visitare un paese diverso, con le sue attrattive (turistiche) ma soprattutto i suoi aspetti contraddittori, con il contatto quotidiano, diretto con la gente, nelle strade e nei locali dove non vanno i turisti, ficcare il naso nel retrobottega, e camminare camminare sempre in mezzo a tutti, non è qualcosa che ti fa essere “vacante”, ma molto presente. E anzi, ti impone di attivare la comprensione e la compassione, per l’umanità che non è mai in vacanza, ma vive sempre seppellita in bugigattoli senza aria e senza sole, o cucina tutto il giorno o pulisce tutto il giorno. Donne e uomini legati alla schiavitù di un lavoro che non li ripaga mai, non permette loro di essere anche soltanto un po’ liberi.

donna velataE scusate se non credo alla fiaba che ogni tanto sento dire della donna islamica che comanda ed è padrona. Forse in casa e forse se è molto ricca. Io tutte queste signore intabarrate in semplici e poveri abiti lunghi fino ai piedi, con il foulard, con le ciabatte ai piedi (alcune in chador come in questa foto, se riuscite a distinguere la sagoma seduta in un giardino di cactus) non le ho viste padrone di niente, né ho visto donne nei negozi o tenutarie di locali, né di alberghi (l’unica era una signora francese). Invece le ho viste in cucina, spellare polli, pulire, lavare panni, impastare e friggere nelle friggitorie, e nei ristoranti mai servire a tavola, quello lo fa l’uomo. Le ho viste con i bambini, fare le mamme, le nonne, imboccare bambini anche grandi a tavola, sempre ripiegate verso qualcuno, mai in posizione eretta, a testa alta. Se questo è comandare, è avere potere, come mai gli uomini non ci tengono ad averlo? Poveretti, loro preferiscono, come ho visto, brigare, maneggiare mazzette di soldi, discutere, giocare a biliardo o guardare la partita in tv rigorosamente tra uomini nei bar. Umilmente si piegano a governare e gestire l’economia, il commercio, la scuola, la religione, per lasciare che le donne possano comandare il niente.

 

Fes5Un nuovo Dante potrebbe prender ispirazione qui, in queste strade di Fes, per scrivere la Commedia, l’umana e divina commedia della vita, contrassegnata dalla fatica, e scandita dal richiamo alla preghiera dei muezzin dai minareti.

Ecco le bolge dei conciatori di pelle, a cielo aperto, che noi turisti veniamo a fotografare, impressionati, imbarazzati, sconcertati, alcuni con i nasi coperti dai fazzoletti per i Miasmi che salgono, e adesso siamo in inverno, dunque in estate deve essere tremendo, con contorno di mosche. Eppure, sono gli stessi lavoratori che ti invitano a farti un giro sulla terrazza e guardare, fare foto. Un modo come un altro per avere una mancia o vendere i prodotti o tutte e due le cose insieme. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole.

Fes4In alto, la visione del cielo inondato dal sole che non penetra fino nelle stradine strette, fin giù nelle bolge. Sole dorato come nelle pale del Trecento di Dante, che abbellisce persino i tetti rovinati, le terrazze che preferiscono ospitare antenne anziché giardini, le antenne che portano ai dannati le immagini di mondi scintillanti e popolati dalle divinità dei nostro tempo, effimere e fatue, lontane e glorificate a volte più di qualsiasi santo o del Dio che si prega e si teme ma non si desidera, non si lascia che espanda compassione e bellezza.